La cupola della basilica di San Gaudenzio a Novara è il vero capolavoro pazzo di Alessandro Antonelli. La visita mozzafiato con casco e imbragatura
L'architetto della Mole - al centro della nuova Rete Antonelliana -progettò per questa chiesa del Cinquecento un'opera ancora più ardita. La sua storia (tormentata) e come vederla da vicino
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La cupola della basilica di San Gaudenzio a Novara è il vero capolavoro pazzo di Alessandro Antonelli. La visita mozzafiato con casco e imbragatura
di Paola StroppianaL'architetto della Mole - al centro della nuova Rete Antonelliana -progettò per questa chiesa del Cinquecento un'opera ancora più ardita. La sua storia (tormentata) e come vederla da vicino
Immaginare il profilo di Torino senza visualizzare l’arco alpino orlato dalle cime delle montagne — il Monviso su tutti — e, proprio al centro, la Mole Antonelliana — la sua vetta più folle, uno slancio verticale in muratura di pura invenzione — non è possibile. Inaugurata il 10 aprile 1889, da più di un secolo la sua sagoma — alta i fatidici 167,5 metri — si distingue per l’inconfondibile silhouette, oggi simbolo stesso della città. Eppure, per comprendere davvero la natura del genio di Alessandro Antonelli (Ghemme, 1798 - Torino, 1888), ingegnere e architetto, suo visionario costruttore - la cui figura è al centro del nuovissimo circuito regionale della Rete Antonelliana -, è a Novara che dobbiamo guardare. È lì, infatti, che realizza l’opera che più di ogni altra rivela il carattere sfidante della sua ricerca: la cupola della Basilica di San Gaudenzio, nel cuore della città, sorella minore della Mole per altezza (121 metri), persino più snella, ma antecedente di qualche decennio.
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La cupola che si fece torre
Definirla semplicemente «cupola» è riduttivo e improprio. Antonelli prende una tipologia secolare, simbolo per eccellenza dell’equilibrio rinascimentale e barocco, e la spinge fino a deformarla, concettualmente e strutturalmente: non più una calotta che copre uno spazio, ma una vera e propria torre, un organismo ascensionale che sovverte tutte le regole costruttive. È l’idea, tipicamente antonelliana, che il limite tecnico non costituisca un confine, ma una prova da superare: il risultato è una delle strutture in mattoni più ardite mai costruite, 126 metri di altezza considerando la statua del Cristo Salvatore, oltre 5 mila tonnellate di peso e più di 2 mila metri cubi di laterizio locale assemblati senza il ricorso a strutture metalliche portanti. Un dato che ancora oggi sorprende gli ingegneri: mentre l’Europa industriale sperimenta travi in ferro e nuove tecnologie, Antonelli continua a fidarsi della muratura tradizionale, ma la trasforma in un dispositivo dinamico.
Basilica di San Gaudenzio: la storia
La basilica sulla quale si innesta questa straordinaria invenzione era stata edificata tra il 1577 e il 1690 su progetto di Pellegrino Tibaldi secondo un impianto manierista, e successivamente completato dal campanile del celebre architetto Benedetto Alfieri, zio di Vittorio. Alto novantadue metri, il campanile rappresentò per lungo tempo l’elemento dominante dello skyline novarese, prima che la cupola antonelliana ne ridefinisse il profilo. La basilica custodisce inoltre uno dei patrimoni artistici più significativi del Piemonte tra Cinque e Seicento, capolavori di Gaudenzio Ferrari e di Tanzio da Varallo; qui è conservata la statua originale del Cristo Salvatore realizzata da Pietro Zucchi nel 1878, un bronzo dorato alto quasi cinque metri che un tempo coronava la sommità, oggi sostituita da una copia più leggera in vetroresina.
La cupola dell'Antonelli
La cupola, prevista sin dalle origini della basilica, rimase irrealizzata fino al 1840, quando la Fabbrica Lapidea comunale riuscì finalmente a finanziare la sua realizzazione grazie ai proventi dell’«imposta del sesino», una tassa sull’acquisto della carne ristabilita da Carlo Felice di Savoia. Il primo progetto, presentato da Antonelli nel 1841, appariva relativamente prudente. In realtà l’architetto aveva già concepito un edificio assai più alto e ambizioso, tenuto segreto sin dall’inizio. Il«trucco» era nascosto nella struttura stessa: i giganteschi archi portanti, costruiti fin dall’inizio in proporzioni molto superiori rispetto a quelle necessarie per una cupola tradizionale. Quando il cantiere prende avvio, nel 1844, l’architetto imposta quattro coppie di archi murari disposti a quadrato, innestati l’uno dentro l’altro come una colossale intelaiatura: possono sorreggere una massa di circa due milioni di mattoni, e distribuiscono il peso attraverso una rete di spinte calibratissime. Le guerre risorgimentali, le crisi economiche e i continui contrasti con la Fabbrica Lapidea interrompono più volte i lavori, ma ogni pausa offre l’occasione all’architetto per innalzare ulteriormente l’edificio. Nel 1855 Antonelli introduce una corona di pilastri — i suoi amati colonnati — destinata ad accentuare la percezione di verticalità; nel 1860 propone un nuovo innalzamento che allarma definitivamente i committenti e i finanziatori. Ma la sua visione è chiara e non ammette ulteriori ripensamenti, a costo di litigare con tutti: la vera struttura è nascosta all’interno, una sorta di endoscheletro composto da ventiquattro archi sovrapposti che si restringono progressivamente fino alla base della guglia.
Oggi si può visitare
Oggi questo organismo architettonico può essere attraversato grazie ai percorsi guidati organizzati dell’impresa culturale Kalatà, che dal 2020 ha restituito al pubblico molti spazi rimasti inaccessibili per decenni. L’esperienza, organizzata in piccoli gruppi e richiestissima (oltre 12 mila persone l’anno), è una vera e propria spedizione in verticale: indossando casco e imbragatura, si sale lungo oltre quattrocentocinquanta gradini, attraversando archi giganteschi, passerelle metalliche, corridoi nascosti nella muratura e improvvise aperture vertiginose sull’interno della basilica. A circa settantacinque metri di quota si entra nella parte più sorprendente del percorso, tra contrafforti e nervature murarie che mostrano con chiarezza la logica costruttiva antonelliana. Particolarmente suggestiva è la cosiddetta «Sala del Compasso» situata nel sottotetto della basilica: qui si conserva il gigantesco compasso ligneo utilizzato per tracciare in scala reale le curvature della cupola. L’ultimo tratto della salita conduce a circa cento metri d’altezza, alla base della guglia. Da qui il panorama si apre in modo spettacolare, sia dall’interno su una sala dal fascino persino metafisico, che sull’esterno: la pianura piemontese si distende fino all’arco alpino, si distinguono nitidamente il Monte Rosa, il Monviso, la collina di Superga e persino, a occhio nudo, i grattacieli di Milano che si distinguono a oltre 50 km di distanza.
La «Fetta di polenta» di Torino
L’ossessione per la verticalità e per le situazioni «al limite» attraversa tutta la produzione di Antonelli. A Torino, ad esempio, nel 1840 realizza la celebre casa soprannominata «fetta di Polenta», progettata per la famiglia della moglie Francesca Scaccabarozzi: un edificio largo meno di un metro sul lato più stretto, quasi un paradosso architettonico costruito per dimostrare ancora una volta le possibilità statiche della muratura. Una tensione inesauribile verso l’estremo che emerge persino nei progetti mai realizzati, come quello per Piazza Castello, che prevedeva la sostituzione di Palazzo Madama con un gigantesco duomo monumentale. Troppo, persino per Antonelli!
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14 maggio 2026
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