Tra scrittura e memoria, Claire Adam arriva a Rovereto. L’autrice premio Elliot presenta il romanzo Gold Child
La scrittrice protagonista dell’evento alla Libreria Arcadia: «In questa storia tanti spunti dalla mia esperienza
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Tra scrittura e memoria, Claire Adam arriva a Rovereto. L’autrice premio Elliot presenta il romanzo Gold Child
di Martina Dei CasLa scrittrice protagonista dell’evento alla Libreria Arcadia: «In questa storia tanti spunti dalla mia esperienza
Cresciuta a Trinidad, «in una casa piena di libri», laureata in fisica alla Brown University, la scrittrice Claire Adam il 19 maggio arriva in Trentino, alla Libreria Arcadia di Rovereto (ore 20.30) per presentare il romanzo Golden Child (66thand2nd, 264 pagine, 20 euro). È la storia dei gemelli Peter e Paul e della loro famiglia caraibica, lontano dagli stereotipi. Il libro è stato incluso dalla Bbc nell’elenco «100 Novels That Shaped Our World» e premiata con il Desmond Elliott Prize.
Claire Adam, cosa rappresenta la scrittura per lei?
«Leggo da quando ho memoria. La scrittura è venuta poi, naturalmente. Ho studiato fisica negli Stati Uniti perché mi sembrava il genere di cosa che fa ottenere un buon lavoro. Ma fin dall’adolescenza e durante tutto l’arco dei vent’anni, ho tenuto dei quaderni. All’inizio dei trent’anni, con la mia prima maternità, ho lasciato il lavoro d’ufficio e mi sono dedicata seriamente alla scrittura».
Autrici e autori di riferimento?
«I sudafricani JM Coetzee e Doris Lessing, V.S. Naipaul – di Trinidad, naturalizzato britannico e Kazuo Ishiguro. Fatalità, tutte e tutti Premi Nobel per la letteratura».
Come nasce il romanzo «Golden Child»?
«Ho iniziato a lavorarci intorno ai trentacinque anni, ma la verità è che mi porto dietro molti elementi di questa storia fino da quando, a diciotto anni, ho lasciato Trinidad».
Quanto di lei c’è in questa storia?
«Il romanzo parte da un papà immaginario, povero e con poca istruzione, mosso da una sfrenata ambizione affinché uno dei suoi figli, il brillante Peter, lasci Trinidad per gli Stati Uniti, dove potrà avere una vita migliore. L’immagine di quest’uomo era nitida nella mia mente. Lo vedevo camminare in un tunnel buio, con un bastone per difendersi. Solo contro il mondo. Il corso della storia lo porterà a compiere una scelta terribile, per cui molte tra le persone che leggono lo giudicheranno. Io invece per lui ho sempre provato e continuo a provare compassione. Il libro non è autobiografico, ma contiene spunti presi dalla mia esperienza. Io e i miei fratelli, infatti, a diciotto anni siamo emigrati tutti negli Stati Uniti. Una decisione che per la mia famiglia ha significato anni di pianificazione e sacrifici. Certo, non grandi come quelli compiuti dalla famiglia raccontata in Golden Child».
Com’è stata la sua infanzia?
«Mio papà era medico. Vivevamo nella capitale, Port of Spain, con molti più comfort della famiglia del libro. Ho avuto un’infanzia molto felice. Ore e ore di giochi all’aperto con fratelli e amici. Al pari dei protagonisti della storia Peter e Paul e di molti bambini nei Caraibi, però, fin da piccola, mi è stato insegnato che l’istruzione era la cosa più importante. La nostra “via di fuga”».
Perché ha creato due protagonisti gemelli, c’è un significato particolare?
«Volevo evidenziare quanto fossero identici, se non per la brillantezza di uno rispetto all’altro, che ha più difficoltà. In realtà, Peter e Paul si vogliono bene e si capiscono come nessun altro può. Il papà preferisce in modo evidente il primo. La mamma fa del suo meglio per proteggere il secondo. Anche se sa che non potrà farlo per sempre. Peter è bravo a scuola e Paul vive nella sua ombra. Eppure, come tutti, coltiva forze, sogni e dolori propri. Parlando di figlio d’oro nel titolo, volevo sottolineare il valore della vita e del potenziale di ogni bambino».
Un ricordo di Trinidad?
«Stare seduta nel patio o in giardino e guardare gli uccellini farsi gli affari loro. Colibrì, parrocchetti e altri, tutti bellissimi, con piumaggi sgargianti».
Come racconterebbe in poche parole la sua isola?
«Ha una natura sbalorditiva e abitanti generosi, pieni di dignità, che amano divertirsi e prendersi cura della propria famiglia».
A Trinidad è cresciuta, l’Irlanda è la terra d’origine di sua mamma, dove trascorreva le estati. E l’Inghilterra è dove ha scelto di vivere. Ci sono tratti comuni a questi luoghi della sua vita?
«Spesso noto negli isolani una propensione naturale nell’essere amichevoli. Sorridiamo facilmente, amiamo farci una bella risata. In realtà per tre anni ho vissuto pure a Bologna, insegnando inglese. Mi piaceva sentire il suono delle campane la domenica. Il cibo. E fare il caffè con la moka, un’abitudine che trent’anni dopo conservo ancora. Penso che gli italiani somiglino alla gente dei Caraibi. Entrambi i popoli amano il mare, rilassarsi. Ma non è tutto lì. Spesso si ha l’idea che nelle isole dei Caraibi si faccia vita facile. Invece ci sono meno infrastrutture. Per avere successo bisogna contare solo sulle proprie forze e a volte bisogna essere spietati. Purtroppo, sono tante le persone che non ci riescono e vivono in povertà, senza aiuti statali».
Ha dedicato il libro «Golden Child» ai suoi genitori…
«È un piccolo modo di ringraziarli per avere lavorato duramente e avere fatto tanti sacrifici per me».
Anche il suo romanzo «Love forms» è ambientato in parte nei Caraibi. Il terzo?
«In ciò che sto scrivendo al momento, non c’è traccia di Trinidad. Ma ho il sospetto che le cose cambieranno strada facendo. L’isola, nel bene e nel male, è parte di me».
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13 maggio 2026 ( modifica il 13 maggio 2026 | 18:45)
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