Vinicio Capossela: «L'Imbarchino è un bosco di latte e i Murazzi anni 90 un mitico inferno con Renato Striglia, diavolo custode»
Il cantautore inaugura il Salone del Libro 2026 con l'evento tratto da Dylan Thomas «L'infanzia del mondo» (diretta su Raiplay). «Ricordo le notti interminabili a Torino e i live del Traffic con un bancone da bar sul palco»
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Vinicio Capossela: «L'Imbarchino è un bosco di latte e i Murazzi anni 90 un mitico inferno con Renato Striglia, diavolo custode»
di Luca CastelliIl cantautore inaugura il Salone del Libro 2026 con l'evento tratto da Dylan Thomas «L'infanzia del mondo» (diretta su Raiplay). «Ricordo le notti interminabili a Torino e i live del Traffic con un bancone da bar sul palco»
Si tinge di poesia la storia infinita tra Vinicio Capossela e Torino. Il cantautore dai trascorsi ad alta gradazione murazziana (scolpiti nel Tanco del murazzo), torna in città per presentare stasera al Toscanini lo spettacolo L’infanzia del mondo. Dentro il bosco di latte con Dylan Thomas.
L’evento — ore 20.30, ingresso gratuito con prenotazione, diretta su Radio3 e Raiplay — conferma la tradizione Rai di produrre la serata inaugurale del Salone del Libro e sarà la punta di un iceberg che emergerà con pienezza nei prossimi mesi: prima come radiodramma intero, adattamento di quello del 1953 del poeta gallese (dal 25 al 29 maggio), poi come trasposizione teatrale (a ottobre al Romaeuropa Festival), infine come sorgente del prossimo album di Capossela. Un moloch che non sarebbe mai nato, se non fosse stato per il suo manager, amico e «diavolo custode» Renato Striglia.
«Renato per me è sempre stato Torino, la più oscura, avventurosa, epica», racconta Capossela. «Ha dedicato la sua vita alla radio e aveva questo progetto di tradurre e registrare con più voci Sotto il bosco di latte. Ne aveva parlato a lungo con me e Paolo Rossi, senza mai realizzarlo. Quando se n’è andato, cinque anni fa, ho pensato che il modo migliore per “contrastare il dominio della morte”, citando un’altra poesia di Dylan Thomas, fosse di portarlo a compimento».
Ne aveva lasciato delle parti?
«Solo un principio di traduzione e le indicazioni su possibili interpreti. Aveva pensato a me e Paolo Rossi come voci narranti e Nada come Polly Giarrettiera. Noi tre saremo all’Auditorium, presenteremo il radiodramma, ne faremo ascoltare dei frammenti ed eseguiremo qualche brano dal vivo. Dopo la morte di Renato, avevo iniziato a registrare quasi per gioco all’Imbarchino con i ragazzi di Radio Banda Larga, la sua ultima radio. Poi tutto è cresciuto: ho riscritto il testo, composto canzoni, coinvolto altri ospiti».
Per esempio?
«Molti sono torinesi: Luciana Littizzetto, Johnson Righeira, Cato Senatore, c’è anche il mitico Giancarlo dei Murazzi. In origine il testo racconta 24 ore di vita in un villaggio del Galles, ma sembra quasi Torino».
Dai Murazzi all’Imbarchino, il richiamo del Po si è fatto più tranquillo e bucolico?
«All’Imbarchino sembra di stare davvero in un “bosco di latte”, tra gli alberi e il fiume. Se poi aggiungiamo che il testo è ambientato in primavera e domani è il Dylan Thomas Day, tutto torna. I Murazzi erano un altro mondo, più pericoloso, in cui Renato era il mio traghettatore».
Gabriele Ferraris lo ha definito la sua coperta di Linus.
«Direi piuttosto il mio diavolo custode. Lui era davvero un traghettatore di anime, uno psicopompo: ti prendeva in posti insalubri e ti conduceva in altri ancora più pericolosi».
Una vostra avventura?
«Renato era una persona curiosa. Per lui il viaggio non era mai un fine, ma sempre un mezzo per incontrare altri e innamorarsi delle cose. Solo che le notti erano interminabili, spesso si chiudevano con lui che si addormentava fumando in albergo e il giorno dopo c’era da rimediare a questa facoltà incendiaria aggiungendo un pagamento extra per le lenzuola».
Un diavolo custode che scherzava con il fuoco.
«Ci vorrebbe un libro intero per raccontarlo. Aveva mille idee, che non portava quasi mai a termine. Una volta si inventò una linea di camicie con del tessuto che arrivava dall’India: le chiamò René Turin e sull’etichetta scrisse: “Fashion for losers”, moda per perdenti. Ne conservo qualcuna, che indosso con orgoglio».
Qualche giorno fa a Torino si è incontrato con un altro vecchio amico, Marc Ribot. Avete riparlato della leggendaria nottata del 2004 al Traffic?
«Quella con il bancone da bar sul palco, che serata mitologica. Con tanti artisti che oggi non ci sono più: Matteo Salvatore, Flaco Jimenez, Shane MacGowan. Siamo rimasti io, lui e Roy Paci. Con Marc ci siamo trovati in uno studio a San Salvario e ha fatto quello che fa sempre: con la sua chitarra ha dato l’estrema unzione all’album che sto preparando».
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13 maggio 2026 ( modifica il 13 maggio 2026 | 16:54)
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