Cura, un atto d’amore e una sollecitudine antica
Corriere della Sera - Cultura

Cura, un atto d’amore e una sollecitudine antica

Mercoledì 13 maggio 2026
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Parola antica per esprimere la meraviglia dell’attenzione e della sollecitudine, quella che anche in medicina serve a dare un senso alle terapie

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Cura, un atto d’amore e una sollecitudine antica

di Paolo Fallai

Parola antica per esprimere la meraviglia dell’attenzione e della sollecitudine, quella che anche in medicina serve a dare un senso alle terapie

Illustrazione di Doriano Solinas

Per una volta non cominciamo l’analisi su questa parola dalle origini, dalla sua storia, dall’evoluzione del significato. Cominciamo guardando la bella immagine disegnata da Doriano Solinas per illustrarla. Noi vediamo un abbraccio, ma ci racconta molto di più. Ci svela la ricchezza di emozioni, corrispondenze, scoperte e conferme, quell’ intreccio d’amore che dell’amore è il centro: la cura uno dell’altro.

Una sollecitudine antica. Esaminare la parola cura è meno semplice di quanto potrebbe apparire: deriva dal latino cūra, originariamente coira o coera, legato ai concetti di attenzione, sollecitudine e preoccupazione. Secondo alcuni linguisti è connessa al cuore (cor), suggerendo un profondo coinvolgimento emotivo. Altre interpretazioni moderne lo collegano a radici più antiche (come la radice proto-indoeuropea *kʷeys-/*(s)kewh-, ovvero "osservare, fare attenzione”), che ci indica appunto l'osservare, la vigilanza e l'attenzione vigile.

La conferma e l’evoluzione. Se leggiamo le analisi più diverse sull'origine del sostantivo “cura” troviamo chi sottolinea come il suo significato sia rimasto sostanzialmente invariato per oltre due millenni e chi, ricordando la discendenza dal latino cūra, curae sostiene che nei secoli ha subito cambiamenti di significato in relazione ai mutamenti della società, dei rapporti civili, sociali e religiosi. Cūra corrisponde a premura, preoccupazione, amore (o persona/cosa amata), amministrazione, occupazione, ornamento, studio, custodia, coltivazione/allevamento, guarigione, curiosità, interesse.

L’aspetto medico. In questo ambito la cura (o "aver cura") è un processo globale di ascolto, attenzione e supporto al paziente, che non si può confondere con la terapia che è l'insieme di strumenti, farmaci o procedure tecniche specifiche mirate a trattare, ridurre o guarire una patologia. La cura implica una relazione umana, la terapia è il mezzo tecnico. In latino curare è un verbo intransitivo, vuol dire prendersi cura di qualcuno, concetto che in inglese si esprime con il verbo “to care” che vuol dire mi riguarda, mentre il verbo transitivo che esprime il significato moderno della cura è "to cure”. Quindi se la cura viene intesa come la somma di trattamenti e somministrazioni a un paziente, piuttosto che riflettere una condizione soggettiva di sollecitudine e di preoccupazione, ci troviamo di fronte ad un rovesciamento del significato originario del termine, legato ai rilevanti interessi economici connessi con l’erogazione dell’attività sanitaria. Non a caso alcune cliniche le chiamiamo “Casa di cura”.

Una distesa di attenzioni. In generale una parola così ricca e intensa non poteva che generare altri termini alla ricerca di un significato più preciso. Tra i più antichi c’è curatore, che nella Roma antica era un magistrato addetto alla sorveglianza di vari servizi. Nel linguaggio moderno definisce chi cura l'edizione di un’opera. E in una situazione ancora più specifica il “curatore fallimentare” è chi si occupa dell’amministrazione e della liquidazione dei beni del fallito per incarico del tribunale. Un’altra parola figlia della cura, unita alla tutela è curatela: definisce, nel linguaggio del diritto, l’ istituto posto a tutela di individui che non abbiano piena capacità giuridica. Ma anche la cura editoriale di un’opera (e siamo tornati al curatore). Nel latino medievale l’espressione Cura animarum (cura delle anime) ha dato origine a termini come "curato" (parroco).

Un verbo raro per un aggettivo prezioso. Accurare è un verbo transitivo arcaico della prima coniugazione, derivante dal latino accurāre, che significa curare con grande diligenza, precisione e attenzione. Sebbene oggi sia poco utilizzato, dal suo participio passato, accurato, derivano aggettivi comunemente usati per descrivere lavori eseguiti con meticolosa attenzione e l’opera di chi agisce con particolare cura..

Abbiti cura. Un’espressione che troviamo spesso nel nostro linguaggio è “abbiti cura”. Se n’è occupata la linguista Raffaella Setti, sul sito dell’Accademia della Crusca, nel settembre 2022. «Abbiti cura, nel senso di ‘abbi cura di te, riguardati, cerca di stare bene’ - scrive Raffaella Setti - la ritroviamo come traduzione delle chiuse cura ut valeas (fac valeas), ricorrenti nelle Epistole famigliari di Cicerone, già volgarizzate da Aldo Manuzio all’inizio del Cinquecento e riutilizzate in chiave manualistica dal nipote, anche lui chiamato Aldo, nel 1573 (…) Questa diffusione di traduzioni e riduzioni manualistiche deve aver agito su molta epistolografia e, specie nell’Ottocento, del nostro abbiti cura si rintracciano molti esempi, 15 solo nell’epistolario di Leopardi (“salutami tutti, abbiti cura, e non stare al sole”, Lettera alla sorella Paolina, 2 maggio 1828), altri nelle lettere di Pietro Giordani (“Abbiti cura; e conquista una intera sanità” Lettera a Leopoldo Cicognara, 4 marzo 1826) e di Silvio Pellico (“Spero che il tuo incomodo di salute sarà cosa lievi; abbiti cura” Lettera a Pietro Giuria, 24 febbraio 1842), solo per citarne alcuni. Anche nella biblioteca digitale Bibit se ne ritrovano 17 esempi, tutti in lettere, mentre la ricerca della stringa sinonimica “abbi cura di te” nella stessa banca dati restituisce soltanto 6 occorrenze, sempre tra Settecento e Ottocento, una piccola conferma della preferenza per la formula sintetica, notata anche da Giuseppe Antonelli, che, a proposito delle formule di congedo negli epistolari ottocenteschi e dell’accumulo di espressioni conclusive diverse, scrive: “il topico invito a riguardarsi [abbiti cura] si incrocia con l’immancabile (quando a scrivere sia il genitore) benedizione e si somma o all’invito di volerle bene o al classico addio”».

La citazione letteraria. Siamo nel IX canto dell’Inferno e Dante descrive il messaggero che, appena aperta la porta della città di Dite, non si cura minimamente di Dante e Virgilio, concentrato solo sul suo compito. Questa espressione evidenzia la superiorità dell’angelo e l’efficacia del volere divino sulle creature infernali: “ e non fé motto a noi, ma fé sembianted'omocui altra cura stringa e mordache quella di colui che li è davante; e noi movemmo i piedi inver' la terra”.

La lezione della letteratura. Per comprendere l’importanza della cura, la letteratura ci offre lo strumento del paradosso. Prendete questo passo: “Si era alzato tardi e minuziosamente vestito: cravatte, vestiti, camicie, quante cure, quante intenzioni di consolarsi delle sue miserie sollevandosi alla lucida estetica dei figurini in­glesi”. È tratto dal romanzo "Gli indifferenti" (1929) di Alberto Moravia ed è un passaggio chiave per descrivere il personaggio di Leo Merumeci. La meticolosa preparazione di Leo prima di uscire, un rito che nasconde la sua vacuità interiore, evidenzia il tema dell'apparenza: la cura maniacale per l'abbigliamento serve a Leo per mascherare la propria miseria morale e la noia esistenziale, utilizzando la "lucida estetica" come un tentativo superficiale di consolarsi, riflettendo la tipica inettitudine della borghesia descritta dall'autore.

Una parola unica. In conclusione, non possiamo che sottolineare l’importanza e l’emozione che suscita dal sempre questa piccola parola, due sillabe per colorare un mondo di sentimenti. Una parola tra le poche a non avere un sinonimo con un significato sovrapponibile. Che brilla di luce propria di fronte alla cupezza dei suoi contrari: trascuratezza, disinteresse, indifferenza, disattenzione, negligenza. Una parola che ci aiuta a fare attenzione, ci invita a prestare ascolto: dentro di noi e intorno a noi tutto ci parla. E nel fragore del nostro tempo ci ricorda che per ascoltare serve silenzio.

13 maggio 2026

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