Storia della lingua, le altre lingue d’Europa per scoprire l’italiano
Una riflessione di Lorenzo Tomasin, veneziano, professore di filologia romanza all’università di Losanna, accademico della Crusca
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Storia della lingua, le altre lingue d’Europa per scoprire l’italiano
di Lorenzo TomasinUna riflessione di Lorenzo Tomasin, veneziano, professore di filologia romanza all’università di Losanna, accademico della Crusca
Proponiamo una riflessione di Lorenzo Tomasin (veneziano, professore di filologia romanza all’università di Losanna, accademico della Crusca) a margine del suo «Storie della lingua. L’italiano in dieci lezioni» (Einaudi, 218 pagine, € 21), in libreria dal 5 maggio. È un’introduzione appassionata e accessibile alla storia della lingua, con l’italiano al centro del quadro e le altre lingue europee, antiche e moderne, evocate in un confronto dialettico, che punta a superare luoghi comuni e banalizzazioni.
La storia della lingua italiana, disciplina fondata accademicamente dal rodigino Bruno Migliorini (1896-1975), che ne fu il primo professore a Firenze nel 1938 e uno dei più importanti codificatori nel grande volume che fa di essa un titolo (Storia della lingua italiana, 1960), è una disciplina giovane ma già pronta al rinnovamento e al mutamento di alcune sue prospettive. Negli ultimi anni, numerosi nuovi manuali ne hanno descritto il tracciato – da «Sao ko kelle terre…», il più antico testo in volgare italiano, scritto a Cassino intorno al 960, fino all’epoca della nuova lingua digitale – in vari modi e con diverse proposte di progressione cronologica: per secoli, come faceva appunto Migliorini, oppure per epoche, per grandi fasi variamente inquadrate.
I contrassegni della lingua
Alcuni contrassegni sembrano però costanti, ma anche meritevoli di una nuova lettura o di una nuova prospettiva. Ad esempio, l’idea che la storia dell’italiano – come spesso si è fatto anche per la letteratura italiana – si possa descrivere restando costantemente all’interno di una prospettiva nazionale, cioè idealmente lasciando la macchina da presa di chi osserva sempre dentro il perimetro di un Paese, l’Italia, così variegato e così pluricentrico da sembrare già abbastanza complesso e da esaurire le ragioni dell’interesse storico-linguistico, naturalmente accompagnato dall’attenzione per il caleidoscopio dei dialetti, o per la sopravvivenza incessante del latino (tutt’altro che una lingua morta, in Italia più che altrove) nei secoli della sua storia. Chiedersi invece che cosa la storia dell’italiano abbia (o non abbia) in comune con la storia delle altre grandi lingue europee, dalle sorelle lingue romanze (come il francese e lo spagnolo, entrambe derivate appunto del latino) alle cugine di altra origine (come l’inglese e il tedesco, con i suoi non meno vitali dialetti) è sempre stato un interesse secondario per chi studia storia della lingua italiana.
Uno sguardo comparativo
Eppure, uno sguardo comparativo – che non significa necessariamente competitivo – può servire, forse, a capire meglio la causa di alcuni fatti che, specifici della storia dell’italiano, hanno tutt’altra configurazione altrove, oppure vi si ripresentano, ma con conseguenze diverse. È il caso, appunto, del vivace pluricentrismo dell’Italia linguistica e della sua perdurante assenza di un vero centro (il primato fiorentino è affidato più alle glorie della letteratura che alla presente e viva capacità di offrire un modello a una moderna società di parlanti e scriventi). Una particolarità italiana, che però non deve far dimenticare che anche altrove in Europa si ripresentano situazioni in parte simili (il nostro continente, anzi, pullula di lingue minoritarie e talvolta subalterne, locali o marginali, socialmente o geograficamente). Ma si potrebbe pensare anche ai tempi molto lunghi che ha richiesto, in Italia, il raggiungimento di un modello linguistico veramente unitario e condiviso; o le forme tipiche (così diverse da quelle dell’Europa centrale e settentrionale) che hanno avuto qui la diffusione dell’istruzione, le politiche di contrasto all’analfabetismo, la plurisecolare diffidenza dell’autorità religiosa per attività quali la lettura libera o la traduzione dei testi sacri, che in molti altri Paesi sono stati anche veicolo di diffusione e di consolidamento delle lingue moderne.
Nuovi studi della lingua italiana
Sono temi, questi, che fanno emergere un altro peculiare segno di giovinezza degli studi di storia della lingua italiana, e che una nuova stagione di studi potrà forse portare in nuove direzioni: il legame originario e ben giustificato con lo studio della letteratura e con il suo canone di ottimi scrittori ha ritardato, nella storia della lingua, l’appuntamento con i piani bassi della produzione scritta, cioè con i testi scritti sui margini della storia, che mettono in comunicazione con il passato, altrimenti irraggiungibile, di chi la lingua l’ha parlata senza saperla scrivere, o senza esercitarla nelle forme più nobilmente educate. È la storia di una lingua umile e quotidiana, che dialettologi e linguisti interessati al presente possono spesso raccogliere dalla viva voce dei parlanti, ma che è ben più difficile ricostruire nel passato: una storia della lingua dal basso resta ancora tutta da scrivere.
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