Le ferite della memoria: quegli esodi per fuggire dalla guerra colpevolmente dimenticati
Il libro «L’ultimo treno» di Dario Colombo, terza tappa di una trilogia storica, racconta il rientro dei trentini dalla Boemia tra conflitti sociali e tensioni economiche
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Le ferite della memoria: quegli esodi per fuggire dalla guerra colpevolmente dimenticati
di Roberto BrumatIl libro «L’ultimo treno» di Dario Colombo, terza tappa di una trilogia storica, racconta il rientro dei trentini dalla Boemia tra conflitti sociali e tensioni economiche
C’è una pagina triste e poco raccontata della storia trentina del Novecento. È quella delle popolazioni valligiane che in pochi anni affrontarono tre esodi forzati: verso la Boemia per salvarsi dalla Prima guerra mondiale combattuta nelle loro terre, il ritorno ai loro villaggi che trovarono devastati e l’emigrazione per sopravvivere alla crisi, verso le industrie del Nord Italia, ma anche di Svizzera, Belgio, Francia e Stati Uniti. È uscito il libro L’ultimo treno (Minerva Edizioni, 320 pagine, 20 euro) del giornalista di origine trentina Dario Colombo. È il racconto romanzato di questi viaggi della speranza con cui Colombo chiude la sua trilogia letteraria composta da Boemia (2023) e Montagne nere (2024).
Lo scrittore presenta il libro il 27 maggio alle ore 18 alla Sosat a Trento e il 18 giugno alle 19 alla libreria Arcadia a Rovereto. Colombo ha lavorato per i più importanti quotidiani, periodici, radio e televisioni nazionali, è grande appassionato di montagna e di storia della Grande guerra. Sul tema della guerra ha scritto diversi libri, realizzato film-documentari e lavori teatrali.
L’ultimo treno parla del viaggio più doloroso, perché necessario proprio nel momento che per i trentini avrebbe dovuto essere il più sereno: quello del ritorno a casa una volta arrivata la pace. Al rientro, però, quello che alla partenza per la Boemia era territorio austriaco, si chiamava Italia, una regione devastata da distruzioni materiali, valanghe di problemi e conflitti sociali. Se da un lato gli ex sudditi dell’Impero si scoprirono improvvisamente stranieri nel loro Paese, guardati con sospetto o considerati nemici, dall’altro il nuovo Stato non riusciva a dare lavoro, prometteva ricostruzioni che non arrivavano, la burocrazia frenava qualsiasi sviluppo.
Nella vicina Austria la situazione era anche peggio, allora molti trentini scelsero un nuovo e spesso definitivo esodo. Il racconto di Colombo, documentato e coinvolgente, si rifà alla storia dei suoi avi, mescolato ai grandi eventi nei quali i personaggi (Cecilia è la figura centrale della trilogia) vivono tra scelte difficili, identità in bilico e relazioni sociali pericolose che generano diffidenze non solo tra i taliani e gli austriacanti, ma tra gli stessi italiani. Con il linguaggio del romanzo biografico, in L’ultimo treno Colombo mette in primo piano una storia minore comune a gran parte dei trentini, storia relegata troppo a lungo nella periferia del racconto nazionale fatto di epopee di conquiste e drammi legati alle grandidisfatte. L’ultimo treno che quella gente prese a Trento o a Rovereto, fa riflettere sul presente, racconta di chi, dovendo lasciare tutto per ricominciare altrove, si portò addosso la nuova difficile etichetta del migrante. Quella volta gli immigrati erano gli italiani. Per quelle famiglie trentine la ricerca del benessere furono le estreme periferie di Torino e Milano che trasformarono contadini e piccoli commercianti in operai della Fiat, della Pirelli, della Breda, della Falck. Molti partirono anche per l’aria poco respirabile portata dal nuovo regime fascista che mal sopportava le identità miste delle terre redente, dal centro-sud trasferì come «colonizzatori» legioni di fedeli funzionari pubblici.
Il libro apre proprio con le camicie nere, di colore nero come «le cravatte infilate nei cinturoni, che pure erano neri, come gli stivali e i fez di panno portati di sghimbescio sulla nuca…». Un colore lugubre che nemmeno i trentini fuggiti con dolore in Boemia usavano per vestirsi. Nessuna camicia nera accompagnava i funerali; eppure pochi anni dopo la fine della guerra, il nero era ovunque: vestiti e cappelli di uomini e donne, bandiere, divise e gagliardetti portati nelle continue sfilate a cui il regime abituò la popolazione fin dall’infanzia. Fosse bastato quello. Al colore cupo si accompagnarono angherie, violenza e manganelli.
«La bambina con la valigia», la storia di Egea Haffner diventa un film: il dramma dell’esodo giuliano-dalmata su RaiUnodi Francesca Visentin
Giorno della memoria, il libro Entrare nel male di Fracalossi: «La visita dei Lager pretende rispetto»di Enrico Franco
Partigiano ucciso dai nazisti nel 1944, fu catturato durante una missione segreta: le nipoti saranno risarcite con oltre 770 mila eurodi Tiziano Grottolo
Quando Trentino e Veneto si litigavano la base Nato (oggi museo) che doveva ospitare i missili americani: la sfida interna alla Dcdi Jacopo Strapparava
Vai a tutte le notizie di Trento
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Trentino
12 maggio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA