Quando la maschilità è fondata sulla rimozione della fragilità: il rischio della violenza come unica strada per ristabilire equilibrio
Interrogare la maschilità non significa mettere gli uomini sotto accusa, ma immaginare un’altra idea di forza. Anche da qui passa la prevenzione della violenza.
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Quando la maschilità è fondata sulla rimozione della fragilità: il rischio della violenza come unica strada per ristabilire equilibrio
di Barbara PoggioInterrogare la maschilità non significa mettere gli uomini sotto accusa, ma immaginare un’altra idea di forza. Anche da qui passa la prevenzione della violenza.
«Tra uomini non è normale chiedersi come stai». Una frase che racconta molto di come si costruisce ancora oggi il modello dominante di maschilità: attraverso il controllo di sé, la resistenza, il bisogno di apparire forti, la difficoltà a riconoscere la propria vulnerabilità. È una delle frasi raccolte nel corso di una ricerca realizzata in Val di Fiemme, nata dalla mobilitazione di diverse realtà del territorio dopo alcuni gravi casi di femminicidio che avevano scosso profondamente la comunità. Al centro della ricerca del Centro Studi Interdisciplinari di Genere dell’Università di Trento, c’è l’esperienza della condizione maschile nel contesto locale. La maschilità non è un dato naturale: si apprende, si mette in scena e si conferma nelle relazioni.
Dalla ricerca emergono alcune dimensioni centrali dell’identità maschile: la forza fisica, la competenza pratica, la resistenza, il non cedere mai. Modelli che prendono forma non solo nella relazione con le donne, ma soprattutto nel confronto con gli altri uomini: nei gruppi dei pari, neglispogliatoi, nei bar, nei luoghi di lavoro. È lì che si definiscono i confini di ciò che un uomo può permettersi di essere, dire e mostrare. Queste aspettative si formano fin dall’infanzia, anche attraverso ciò che si impara a sentire e ciò che si impara a nascondere. Emozioni come la rabbia, la competizione e perfino l’aggressività sono legittimate, mentre altre, paura, vulnerabilità, bisogno di aiuto, vengono spesso lette come segni di debolezza, e dunque evitate o represse.
Ne deriva una visione della maschilità fondata sul controllo di sé e sulla rimozione della fragilità. Un modello che producegerarchie nelle relazioni di genere e può alimentare possesso, svalutazione o violenza. Quando l’autonomia dellapartner, la fine di una relazione o la perdita di controllo vengono vissute come minacce, la violenza può emergere come tentativo di ristabilire un equilibrio percepito come perduto. Ma i costi non ricadono solo sulle donne. Imprigionano anche gli uomini dentro aspettative rigide: rendono più difficile chiedere aiuto, esprimere fragilità, vivere relazioni libere dall’obbligo di mostrarsi sempre forti e autosufficienti.
La virilità come armatura finisce spesso per isolare chi la indossa. Interrogare la maschilità non significa mettere gli uomini sotto accusa. È chiedersi quale prezzo abbiano modelli che promettono forza e consegnano solitudine. Significa rendere visibili schemi che troppo spesso vengono percepiti come naturali, e immaginare un’altra idea di forza: non dominio, controllo o invulnerabilità, ma capacità di riconoscere il limite, la relazione, la propria fragilità. Anche da qui passa la prevenzione della violenza.
*Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento
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12 maggio 2026 ( modifica il 12 maggio 2026 | 17:48)
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