Se la Scala si dovesse ricostruire oggi
Se la Scala si dovesse ricostruire oggi
di Ferruccio de Bortoli | 12 maggio 2026I tuoi preferiti
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Non credo di essere stato l’unico a non riuscire a trattenere le lacrime durante la cerimonia, ieri alla Scala, alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella, in ricordo del concerto dell’11 maggio del 1946. Ma era forte l’emozione di rivivere, anche attraverso la voce roboante e severa di Arturo Toscanini, l’atmosfera di quella riapertura, segno orgoglioso di rinascita dell’intero Paese, dopo le distruzioni e i lutti della guerra e simbolo della ritrovata libertà.
Il Piermarini fu seriamente danneggiato dai bombardamenti del 1943 e ricostruito in tempi rapidissimi. Quando venne solennemente e nuovamente inaugurato era passato poco più di un anno dalla Liberazione. Attorno c’era un cumulo di macerie. Milano era una distesa di disagi, sofferenze, povertà. Quella comunità scelse (bellissime le parole del sindaco di allora Antonio Greppi) di dare la precedenza, nella ricostruzione, al suo massimo teatro, affinché quel faro prestigioso di cultura e di arte illuminasse anche il cammino della rinascita. Eppure c’era gente che non aveva ancora un tetto, né un pasto assicurato.
Belle e non di circostanza le parole del sindaco attuale, Giuseppe Sala. Appassionato e didascalico l’intervento del sovrintendente, Fortunato Ortombina, il quale non ha voluto svelare il nome di un novantaseienne che era in sala. Ieri come ottant’anni fa. L’atmosfera di un evento eccezionale, che resterà nella storia non solo del teatro è ben descritta sul Corriere da Pierluigi Panza. Il palco reale era occupato dagli ospiti, applauditissimi, della casa di riposo Giuseppe Verdi. L’orchestra, diretta da Riccardo Chailly, ha eseguito brani dal Nabucco e il coro ha intonato Va’ pensiero. C’era un’aria che potremmo definire sia risorgimentale che repubblicana.
La milanesità ha molte virtù e il difetto di vergognarsi un po’ delle proprie emozioni. Ma i sentimenti non sono un intralcio al progresso civile. Tutt’altro. Usciti dal teatro, vorremmo continuare a coltivare un pensiero, più modesto di quello verdiano, che riguarda l’intera comunità nazionale. L’idea che se ci trovassimo, non sia mai, nelle stesse condizioni dei nostri padri, delle nostre madri, all’indomani di una guerra sceglieremmo di privilegiare, su tutto, anche su molti bisogni primari, la ricostruzione del teatro. Più svaniva l’emozione del concerto di ieri, più mi assalivano dei dubbi prontamente ricacciati nel ripostiglio dei cattivi pensieri.
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