La vita delle comunità alpine raccontate dai giocattoli in legno: «Descrivono le difficoltà e le aspirazioni della società»
Nelle stanze del Museo etnografico trentino di San Michele un’esposizione racconta «Storie e sogni di legno dalla montagna», visitabile fino al 30 novembre
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La vita delle comunità alpine raccontate dai giocattoli in legno: «Descrivono le difficoltà e le aspirazioni della società»
di Sara SantoliniNelle stanze del Museo etnografico trentino di San Michele un’esposizione racconta «Storie e sogni di legno dalla montagna», visitabile fino al 30 novembre
Bambole, cavallucci, burattini a filo e piccoli presepi intagliati nel legno, più ancora che l’infanzia, raccontano la società che li ha prodotti. È quello che rivela la nuova mostra del Mets - Museo etnografico trentino di San Michele, L’officina dei giocattoli. Storie e sogni di legno dalla montagna, visitabile fino al 30 novembre. L’esposizione presenta una selezione di una collezione recentemente acquisita dal museo: centinaia di giocattoli di legno realizzati artigianalmente tra Ottocento e Novecento nelle vallate alpine. Non si tratta di semplici oggetti da osservare, ma di strumenti capaci di raccontare il lavoro, le difficoltà economiche, le aspirazioni e perfino i ruoli sociali di un’epoca. «Il giocattolo in legno si inserisce perfettamente nella missione del nostro museo - spiega Martina Simonetti del Mets - perché racconta la cultura e la vita delle comunità alpine: non esponiamo opere per un fine estetico, ma oggetti che parlano delle persone che li hanno creati e usati». Dietro quei piccoli manufatti si nasconde infatti il mondo contadino della montagna: durante i lunghi mesi invernali, quando il lavoro agricolo si fermava e le famiglie dovevano integrare redditi spesso insufficienti, gli uomini si trasformavano in artigiani del legno.
Un viaggio nella cultura delle valli
La mostra accompagna il visitatore dentro questo universo: si parte dalla costruzione del giocattolo, mostrando materiali e tecniche, fino ad arrivare ai celebri burattini a filo. «Uno dei più curiosi - racconta Simonetti - è lo “zebèr” della Val di Fassa, una figura umana a cui si attribuiva persino un potere apotropaico». Accanto ai giochi più tradizionali trovano spazio anche oggetti legati alla sfera religiosa. «Una volta si cercava di materializzare concetti astratti per insegnarli ai bambini - spiega Simonetti - e per questo venivano realizzati presepi o arche di Noè che inoltre contenevano spesso animaliesotici mai visti dai bambini delle vallate alpine». Ci sono poi bambole, cavallucci, giochi da tavolo, e giocattoli pensati per sviluppare abilità come velocità, equilibrio e coordinazione: oggetti che possono apparire ingenui, ma che avevano una precisa funzione educativa - ed è questo uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione: il rapporto tra gioco e costruzione dei ruoli sociali. «Attraverso il dono - osserva Simonetti - la famiglia trasmetteva ai bambini valori e aspettative: le bambine ricevevano giocattoli legati alla cura e al lavoro domestico, mentre ai maschi venivano destinati cavallucci o giochi che incoraggiavano vivacità e spirito di comando».
Bambole per contadini e per borghesi
Una distinzione che affiora anche nelle testimonianze raccolte dal museo tra gli anziani delle case di riposo del territorio, chiamati a raccontare i propri ricordi d’infanzia. Inoltre, accanto ai giocattoli poveri, costruiti in casa con materiali semplici e spesso appena abbozzati, trovano posto manufatti molto più sofisticati destinati ai figli della borghesia. «Da una parte abbiamo il giocattolo povero, come le bambole “a tronchetto”, realizzate con un pezzo di legno poco lavorato, destinato alle famiglie contadine - racconta Simonetti - dall’altra ci sono bambole molto più elaborate, con braccia e gambe snodabili, create sempre nelle stesse comunità ma pensate per la vendita». Un commercio che contribuì a trasformare una produzione domestica in una vera attività economica diffusa ben oltre le vallate alpine: «Questi giocattoli raggiunsero tutta Europa e anche le Americhe grazie ai venditori ambulanti e ai migranti - prosegue Simonetti - e raccontano quindi non solo il gioco, ma anche il lavoro, i sacrifici e la creatività delle famiglie di montagna». A completare il percorso una sezione interattiva in cui è possibile sperimentare alcuni giochi attraverso riproduzioni pensate per essere toccate e utilizzate liberamente. Un salto tra i giochi di una volta.
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11 maggio 2026 ( modifica il 11 maggio 2026 | 16:49)
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