La Biennale e la guerra del tant’è
La retorica della pace nelle istituzioni culturali rischia di nascondere fatti molto specifici. La trappola della neutralità
La Biennale e la guerra del tant’è
Paolo Giordano | 10 maggio 2026La retorica della pace nelle istituzioni culturali rischia di nascondere fatti molto specifici. La trappola della neutralità
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A quattro anni dal febbraio 2022 siamo ancora qui a tentare di stabilire ciò che è guerra e ciò che è pace. Noi. Perché chi si trova in mezzo a una delle tante guerre attive non ha confusione di sorta sull’argomento, né troppo tempo per pensarci.
Per esempio, ho letto nei giorni scorsi dichiarazioni così: «la Biennale di Venezia sarà la vera tregua», un «giardino di pace»; «chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso l’altro».
Ammetto di non capire. Cioè, capisco gli slogan, ne afferro la retorica, colgo l’efficacia di opporre parole luminose come «fragilità» e «apertura» ad altre cupe come «chiudere», ma non capisco che cosa si stia dicendo davvero.
Mi sembrano, in effetti, esternazioni generiche a proposito di una situazione molto specifica. Concetti di massima — la pace cosmica, la fratellanza dei popoli, la bellezza dell’arte che ci salverà eccetera — fatte a proposito di una guerra di aggressione particolare, con i suoi connotati unici.
Ecco per esempio un fatto specifico.
La Federazione Russa, in continuità perfetta con l’abitudine sovietica, militarizza sistematicamente gli ambienti dell’arte, così come militarizza l’istruzione — un’inchiesta di Le Monde ha mostrato come gli hacker vengano formati in una delle principali università d’ingegneria di Mosca —, così come militarizza lo sport e qualsiasi forma di cooperazione, culturale ed economica che sia.
Non c’è zona, nella Russia di Putin, che sia al riparo dall’estensione della guerra, né all’interno né all’esterno dei suoi confini. Lo fanno tutti i Paesi? In parte sì. Proprio così, no. È un aspetto specifico.
E tuttavia, in nome di una genericità d’intenti, alla biennale di Venezia si sono serviti drink a base vodka nel padiglione della Federazione Russa. Mentre fuori si trovavano, affisse alle pareti, le locandine di eventi di scrittori e artisti ucraini con la scritta «cancellato», eventi che non andranno mai in scena perché quegli scrittori e artisti sono stati uccisi dalla Federazione Russa che serviva la vodka.
Che tipo di peccato è, in guerra, l’ingenuità? E che tipo di peccato è la falsa ingenuità?
Non so definirlo. Ma so che la mancanza di specificità nei discorsi favorisce i soprusi. Sempre. Al pari di ogni retorica astratta, copre come una trapunta la realtà, nascondendola allo sguardo, alterandone le forme.
Ecco un’espressione a cui mi trovo a ricorrere spesso in questo presente di guerra: tant’è. Non so quanti analoghi di «tant’è» esistano nelle altre lingue, così sintetici, ma in italiano abbiamo questo modo di dire per descrivere una situazione che si presenta in un certo modo, un modo che non ci va a genio e non vorremmo accettare ma, per l’appunto, tant’è.
Nella fattispecie, è terribile che la Federazione Russa non permetta ai suoi artisti e intellettuali la minima espressione di dissenso, che qualcosa come l’arte — nel significato che noi attribuiamo all’arte ovvero qualcosa di inestricabilmente legato alla libertà —, oggi, nella Russia di Putin, semplicemente non esista. Tant’è.
È terribile che i luoghi di neutralità e incontro per eccellenza, i luoghi di «tregua» come le olimpiadi e i festival letterari e le stagioni musical e le biennali d’arte, siano, per la Federazione Russa, estensioni di una guerra di aggressione coloniale. Tant’è.
Il mondo è frammentato dalle guerre. Altrettanto frammentate sono le nostre menti, che del mondo sono una mappa inaffidabile. E così sono e saranno frammentate, inevitabilmente, tutte le manifestazioni artistiche e culturali, che sono una mappa della mappa del mondo. È triste, è scivoloso ed è faticoso: tant’è.
Venerdì ci sono state delle manifestazioni contro la presenza di Israele alla biennale, parecchi padiglioni hanno chiuso per solidarietà verso il popolo palestinese. Comprensibile e prevedibile. Se qualcuno si era illuso che il «tutti dentro a prescindere», il dichiarare unilateralmente la laguna spazio libero da ogni conflitto, come una specie di repubblica indipendente dalla storia, avrebbe protetto la rassegna dalla contestazione pubblica, bene, non ha funzionato. Neppure sotto la trapunta della retorica i conflitti si annullano l’uno con l’altro.
Il tempo che viviamo c’imporrebbe proprio di fare il contrario. Di distinguere, di volta in volta, cosa è cosa. Di giustificare singolarmente ogni scelta di inclusione o esclusione. In base a quale criterio? Non la punizione e nemmeno la pressione (per quello ci sono le sanzioni economiche), semmai il domandarsi se l’espressione sia davvero libera e, soprattutto, se non sia un’estensione del dominio della propaganda e della guerra di aggressione.
L’esposizione al padiglione di Israele è davvero artwashing dell’occupazione come i manifestanti accusano? Allora non può stare lì. Non lo è? È espressione di arte libera e non filogovernativa? Allora vogliamo che ci venga spiegato in che modo. Quanto al padiglione russo, la questione è stata analizzata in lungo e in largo nelle settimane precedenti e dubbi non ne sussistono. I «passaporti» non c’entrano. C’entra che l’ecumenismo vuoto protegge solo chi lo professa e lo status quo.
Dopo quattro anni e non so più quanti conflitti deflagrati uno sull’altro (nessuno dei quali davvero concluso), siamo tutti stanchi. Non solo stanchi: anche nauseati, impauriti, confusi. Ingarbugliati in una rete personale di dubbi, opacità, ipocrisie spesso involontarie, doppi o tripli standard. La partecipazione che proviamo per l’Ucraina, la partecipazione che proviamo per Gaza, quella che proviamo per gli iraniani e le iraniane. Veniamo attivati e disattivati in continuazione e il dolore che proviamo per gli uni o gli altri è più o meno intenso. In base a cosa? Agli stimoli esterni? Alla nostra esperienza pregressa? Alla nostra struttura ideologica? Di sicuro, chi ha avuto certezze immutabili lungo tutto il percorso dovrebbe come minimo diffidarne.
Ma chi presiede le istituzioni serve proprio a tenere, anche per noi, un atteggiamento adeguato al presente che si evolve e si complica. Viene nominato e retribuito esattamente per questo. Per assumersi quella responsabilità.
La vera tregua. Un giardino di pace. Sarebbe bello. Ma non si dichiara una tregua dove non c’è, e non lo si fa per conto di altri. Perché questa — soprattutto questa — è la forma che prende la complicità. Tant’è.
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