Reinhold Messner e il documentario-verità sull'ascesa italiana del K2: «Contro Walter Bonatti solo invidia, era giovane ma era già il migliore al mondo»
Con «K2, la grande controversia» Messner ricostruisce la storia dell'impresa del 1954, quando Bonatti passò una notte all'addiaccio a 8mila metri per trasportare delle bombole d'ossigeno
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Reinhold Messner e il documentario-verità sull'ascesa italiana del K2: «Contro Walter Bonatti solo invidia, era giovane ma era già il migliore al mondo»
di Silvia M. C. SenetteCon «K2, la grande controversia» Messner ricostruisce la storia dell'impresa del 1954, quando Bonatti passò una notte all'addiaccio a 8mila metri per trasportare delle bombole d'ossigeno
Messner in occasione della proiezione del film a Bolzano. Nel riquadro, Bonatti sul K2 nel 1954
Il buio oltre il Collo di Bottiglia, a ottomila metri, non è un luogo per la diplomazia ma il perimetro di «un urlo che nessuno ha voluto ascoltare per cinquant’anni». Reinhold Messner non usa mezzi termini per presentare K2. La Grande Controversia, un’opera che definire documentario sarebbe riduttivo: è un’autopsia dell’anima della spedizione italiana del 1954 che regalò al Paese la gloria della vetta e a Walter Bonatti un calvario di fango e diffamazione. «Non si tratta di un docufilm, ma di una ricostruzione dettagliata di una vicenda per molti anni rimasta nascosta», spiega il Re degli Ottomila in occasione della presentazione della pellicola al FilmClub Capitol di Bolzano rivendicando la scelta di narrare in tedesco «per la finezza di quello che racconto», laddove la psicologia si fa così sottile che solo la madrelingua può restituire la veridicità di un abisso.
Il tradimento subito da Bonatti
Il cuore pulsante della pellicola, prodotta da Messner Mountain Movie e lunga 67 densissimi minuti, è il ribaltamento della prospettiva ufficiale: la celebrazione patriarcale di Ardito Desio e la gloria di Compagnoni e Lacedelli vengono filtrate attraverso il tradimento subìto da Bonatti. Messner affronta con coraggio la notte del 30 luglio 1954, quella del bivacco forzato a 8.100 metri di Bonatti, insieme al pakistano Amir Mahdi, che ha segnato per sempre la storia dell’alpinismo. Senza quel trasporto d'ossigeno estremo la vetta sarebbe rimasta un miraggio, eppure la gratitudine si trasformò in una «storia di diffamazione» che durò mezzo secolo. «Una persona normale che non ha mai scalato una grande montagna non può immaginare che un successo del genere possa portare, alla fine, a una lite che dura 50 anni», riflette Messner, sottolineando come l’attacco a Bonatti non sia nato nel '54, ma dieci anni dopo, quando il giovane Walter era diventato l’alpinista numero uno al mondo, «scatenando invidie e piccolezze in chi si sentiva ormai relegato all'ultimo gradino della scala».
L'alpinismo come fatto nazionalistico
Il film non giudica i singoli, ma indaga i meccanismi della solidarietà che si trasforma in conflitto. Messner esplora l'impossibilità fisica di accogliere quattro persone in una tendina in condizioni proibitive, ma punta il dito contro lo storytelling deviato di chi ha raccontato la spedizione senza mai aver vissuto il gelo di quelle altezze estreme. «L’alpinismo d’alta quota è stato prima di tutto un fatto nazionalistico. Ogni Paese voleva affermarsi: i francesi con l’Annapurna, gli inglesi con l’Everest, e gli italiani con il K2». Ma dietro quel tricolore sventolato sulla seconda cima del mondo si nascondeva la sofferenza di un uomo isolato dai compagni e messo al margine. Bonatti emerge come l'erede di «valori che dureranno per i prossimi 150 anni», il pioniere che ha dato la base filosofica all'alpinismo moderno, vincitore morale proprio perché capace di raccontare la verità contro la mistificazione dell'eroismo di facciata.
Gli Ottomila oggi
C’è anche una critica feroce alla contemporaneità in questo lavoro di Messner. Il K2 del 1954 era «una missione assoluta», un viaggio infinito nel silenzio e nella sofferenza che oggi è stato sostituito da un turismo di massa che il Re degli Ottomila definisce «una vergogna». Vedere le code sull'Everest o chi vola in elicottero verso il campo base è l'antitesi di quella «fame d’avventura» che traspare dalle immagini d'archivio del film. «Spero che il pubblico capisca che solo chi ha vissuto lassù, chi ha passato una notte a ottomila metri, può davvero raccontare questa storia. Non chi scrive al caldo della stufa, da casa». Il documentario, nelle sale di tutta Italia nelle prossime settimane, si propone come il sigillo definitivo su una ferita nazionale, per ricordare che tra i ghiacci del Karakorum nessuno meritava di soffrire per cinquant'anni per una verità travisata. Perché, alla fine, «la vetta più difficile da scalare non è fatta di roccia, ma di dignità».
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26 aprile 2026
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