Zubin Mehta: «L’Inno alla gioia per i miei novant’anni sul podio. In Israele non torno, non vado d'accordo con Netanyahu e neanche con Trump»
Corriere della Sera - Cultura

Zubin Mehta: «L’Inno alla gioia per i miei novant’anni sul podio. In Israele non torno, non vado d'accordo con Netanyahu e neanche con Trump»

Domenica 26 aprile 2026
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Il grande maestro, direttore emerito a vita del Maggio Musicale Fiorentino in concerto il 29 aprile per festeggiare le 90 candeline: «Io, Nancy, Sophia Loren e Woody Allen: la mia vita senza sosta per il mondo»

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Zubin Mehta: «L’Inno alla gioia per i miei novant’anni sul podio. In Israele non torno, non vado d'accordo con Netanyahu e neanche con Trump»

di Chiara Dino

Il grande maestro, direttore emerito a vita del Maggio Musicale Fiorentino in concerto il 29 aprile per festeggiare le 90 candeline: «Io, Nancy, Sophia Loren e Woody Allen: la mia vita senza sosta per il mondo»

Bombay, Vienna, Firenze, Liverpool e poi Los Angeles, Montreal, Manchester, Chicago. I ricordi di vita di Zubin Mehta sono quelli di un viandante della musica che ha portato la bacchetta di direttore d’orchestra nel mondo. Da quando, a 18 anni, ha lasciato la sua città, la più grande della coloratissima India, per conquistare teatri diversi, cambiare è stato il suo motivo conduttore.

Oggi ha il cuore diviso tra Los Angeles dove ha casa, Firenze, sua città d’elezione dove mercoledì festeggerà il novantesimo compleanno dirigendo la Nona di Beethoven, e Bombay dove: «Appena poggio un piede, mi sento a casa». Non stupisce dunque il fatto che, a chi gli chiede, che regalo vorrebbe per questa festa lui risponda: «Io e mia moglie abbiamo visitato tutto il mondo. È lei che organizza le nostre vacanze. Aspetto la prossima come il dono che mi sta più a cuore». Ma prima ci sarà la serata del 29, alle venti, in Sala Grande. Nello studio che il teatro fiorentino gli ha riservato, arredato con pezzi arrivati dall’Iraq, dalla Cina e da chissà quali altri paesi, ci aspetta studiando proprio lo spartito della Sinfonia di Beethoven.

Maestro perché ha scelto di festeggiarsi con la Nona di Beethoven?
«Basta leggere il testo di Schiller, lì si capisce tutto perché lì è scritto tutto. Beethoven lo ha scelto (è l’Inno alla gioia, adottato anche come inno dell’Unione Europea per la potenza con cui descrive un’umanità legata da vincoli di amicizia universale ndr.) e ora lo canta tutto il mondo».

Ma il mondo ora sta piangendo…
«Il mondo sta piangendo da tanto tempo. Ma la musica può essere uno strumento di fratellanza e pace. Ricordo la prima volta che ho cantato questa sinfonia, (Zubin Mehta cantava anche allora ndr.), era il 1954, ero a Vienna e avevo 18 anni. A dirigere c’era von Karajan. Alla fine della prova lui ci disse: “Domani per favore lo cantate a memoria”. Io, che ero arrivato in città da 15 giorni, sono quasi caduto dalla sedia. Non ho dormito tutta la notte per studiare. Oggi parlo sette lingue ma allora non conoscevo il tedesco. Parlavo il gugiarati, la mia lingua madre, il maharati, e altri dialetti indiani, ma non mi servivano a niente lì. Mi sono messo a studiare la lingua tedesca, subito, ho imparato anche grazie alle ragazze».

Arrivò a Vienna a 18 anni, com’è stato l’impatto?
«Forte. Lì, per esempio, vidi per la prima volta la neve. La scelsi, e mio padre mi mandò volentieri, perché a Vienna stava un cugino di tre anni più grande di me, un pianista. Ci era arrivato dopo che per qualche tempo era stato a Shangai, da dove era scappato dopo l’invasione comunista di Mao. A Vienna poi, sono rimasto sette anni. Ero nella classe di Hans Swarowsky, il maestro della mia vita. Era l’uomo più educato che abbia mai conosciuto, mi ha passato tutti i suoi segreti (deve a lui probabilmente la direzione dei Wiener già nel ’61 e non è un caso che i Wiener per il 90° gli abbiano regalato l'anello con sigillo di Swarowsky ndr.). Lui era collega di Schönberg, di Webern e di Richard Strauss che aveva aiutato per scrivere i testi di due sue opere. Ha diretto l’Opera di Vienna, dove passavano i grandi maestri che allora ho avuto il privilegio di ascoltare».

E dopo cosa è successo?
«Sono andato all’Accademia Chigiana di Siena, negli anni in cui studiavano anche il mio amico Daniel Barenboim, Claudio Abbado e Salvatore Accardo. Eravamo sempre insieme. Poi sono andato a Liverpool dove ho vinto il concorso per direttore (e intanto lo chiamavano a dirigere i Wiener, i Berliner Philarmoniker e la Israel Philharmonic ndr.). Da lì andavo in treno a Manchester e ascoltavo Barbirolli, altro grande direttore. Quando sono arrivato a essere direttore musicale della Montreal Symphony (1961-1967) e della Los Angeles Philharmonic (1962-1978), conoscevo già molto repertorio a memoria. Io ascoltavo moltissima musica sin da giovanissimo».

Grazie a suo padre…
«Sì, lui era un grande violinista, ha fondato la Bombay Symphony Orchestra. Quando ero piccolo andò a studiare a New York. Quasi tutti i giorni mi mandava delle lettere con i programmi di sala dove annotava tutte le sue impressioni. (Della New York Philarmonic Zubin per 13 anni, dal 1978, sarebbe diventato direttore musicale ndr.)»

Lei parla spesso di suo padre. Ci regala un ricordo di sua madre?
«Lei suonava anche, il pianoforte, ma in maniera amatoriale. Era molto educata, stava sempre con noi. Mi ha molto sostenuto nel mio lavoro di direttore, ricordo quando veniva a trovarmi a Los Angeles».

Nel ’62 la sua prima volta al Maggio, col Titano di Mozart. Poi Firenze è diventata casa. Dal 1985 al 2017 direttore principale. Poi direttore emerito a vita. Com’è arrivato qui?
«Credo che tutto sia partito dalla mia esperienza alla Chigiana, Da lì è nata la mia storia con la Toscana. Vivo in campagna dove produco anche olio, ma non per business, solo per noi. Dicono che sia buono (ride ndr.). Firenze per me è casa da 50 anni».

Ha diretto i tre tenori, Carreras, Domingo e Pavarotti a Caracalla, un evento televisivo. Cosa ricorda?
«Grande armonia. Feci suonare l’orchestra del Maggio con quella dell’Opera di Roma. Quattro anni dopo sono stato con loro a Los Angeles, poi mai più. Loro hanno continuato, io ho rifiutato migliaia di dollari per ogni concerto; non ero un direttore per accompagnare arie».

Chi sono o sono stati i suoi grandi amici?
«Daniel Barenboim, Sofia Loren, conosciuta perché suo figlio studiava con mio padre, Pinkas Zucherman, Eugene Ormandy».

Ha lavorato anche con Woody Allen…
«Sì, ho diretto le musiche per il suo Manhattan. Un uomo simpaticissimo».

L’altra sera era alla prima di The Death of Klinghoffer. Che opinione ha di quell’opera?
«Mi è piaciuta molto, coro e orchestra straordinari. La fine mi è sembrata un po’ lunga. Si è detto che è un’opera controversa. Ascoltandola è equilibrata però certo portarla in scena è stato un atto coraggioso. Ma il sovrintendente Carlo Fuortes è un uomo coraggioso».

Già portare in scena un’opera che parla di ebrei contro palestinesi non è cosa da poco. A proposito le manca Israele?
«No, sono stato io un anno fa a dire che non sarei andato a suonare alla Israel Philharmonic (di cui è Direttore emerito dopo tanti anni che l’ha guidata, dal 2019 ndr.) perché non sono d’accordo con la politica del Signor Netanyahu».

E con quella di Trump?
«Loro procedono insieme. Io non conosco Trump, non l’ho mai incontrato e non voglio incontrarlo. Quello che non capisco è perché sua moglie Melania non dice niente sulla politica del marito. Lei non parla mai. L’anno scorso sono stato nel suo Paese (Melania è slovena ndr). E ho scoperto che avevano tolto una sua statua».

Ma lei pensa che la loro politica, di Trump e Netanyahu, sia pericolosa?
 «Per i loro paesi è sicurissima».

Ultima domanda. Che musica ascolta quando è triste?
«Quando sono triste non ascolto musica, altrimenti la ascolto sempre».

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