«Ho smesso di mangiare carne perché non conto solo io». Il libro di Maurizio Torchio sugli allevamenti e le «vite vuote» degli animali: «Ritroviamo l'empatia»
Corriere della Sera - Cultura

«Ho smesso di mangiare carne perché non conto solo io». Il libro di Maurizio Torchio sugli allevamenti e le «vite vuote» degli animali: «Ritroviamo l'empatia»

Domenica 26 aprile 2026
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La peggior specie, ambientato nelle Langhe, sarà presentato mercoledì alla libreria Il Ponte sulla Dora: «Vedi cose terribili, ti indigni e pensi di aver fatto il tuo dovere. In realtà no»

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«Ho smesso di mangiare carne perché non conto solo io». Il libro di Maurizio Torchio sugli allevamenti e le «vite vuote» degli animali: «Ritroviamo l'empatia»

di Francesca Angeleri

La peggior specie, ambientato nelle Langhe, sarà presentato mercoledì alla libreria Il Ponte sulla Dora: «Vedi cose terribili, ti indigni e pensi di aver fatto il tuo dovere. In realtà no»

Da cinquant’anni, da quando era un bambino, Maurizio Torchio va nella sua casetta in Langa. Non è un posto dove ha vissuto mai «per davvero», ma certo lo conosce bene questo territorio, «che oggi ha un’immagine da turismo ed enogastronomia, ma dove c’è anche un’altra realtà fatta di allevamenti e capannoni, che si tende a rimuovere, ma che ha contribuito a crearne la ricchezza». Gli interessava raccontare quel mondo dietro la copertina buona, quel mondo vero fatto anche di frazioni disabitate, ormai tutte vendute a stranieri. E lo ha fatto, mentre ha scritto del dolore degli animali negli allevamenti. La peggior specie è il suo ultimo romanzo (pubblicato da Sellerio) e lo presenterà mercoledì alla libreria Il Ponte sulla Dora (il 20 maggio arriverà poi al Circolo dei lettori). 

Pure se ormai vive a Milano, dovrebbe sapere che la maggior parte degli allevamenti sono nel basso Cuneese. Come mai li ha trasportati in Langa?
«Per pigrizia. Ero davanti al mio ciabot e stavo pensando al libro, convinto di ambientarlo in Pianura Padana. Ciò che mi piace tantissimo, quando scrivo, è documentarmi. E lo faccio approfonditamente. Dovevo imparare già un sacco di cose per scrivere questa storia. Ho deciso di ambientarlo qui perché conoscevo bene il territorio».

Come si è documentato?
«Ho visto moltissimi video girati negli allevamenti e nei macelli. A un certo punto mi sono reso conto che i reperti più scioccanti rischiano di essere controproducenti: mostrano l’eccezione, l’orrore, e permettono a chi guarda di dire: “Quello è un caso limite”. Il problema è la norma… Sono vite vuote, vite non vissute. Anche senza violenza esplicita, resta una condizione priva di tutto ciò che rende una vita degna».

Questo cambia completamente lo sguardo, li avvicina a noi, usciamo dall’ego…
«Vedi qualcosa di terribile, ti indigni, e pensi di aver fatto il tuo dovere. In realtà no. Non è un’anomalia. Bisognerebbe educarsi a vedere la normalità».

Perché ha scritto un romanzo e non un saggio?
«Perché questo tipo di apprendimento morale non passa da regole astratte. Non so se lo ha notato, ma non ho mai parlato di diritti degli animali: non è lì il punto. Il punto è che serve un incontro, serve empatia. E un romanzo, per non essere fallimentare, ti costringe a entrare nella temporalità, nei particolari. Non puoi restare nell’astrazione, negli “animali” in generale: devi incontrare il singolo, o la singola. Qui c’è una storia, ci sono personaggi fallibili, anche falliti, e questo evita un’altra scusa molto comoda, cioè : “Se fossimo tutti puri, allora sì”. Non c’è bisogno di essere giusti e puri per riconoscere un’ingiustizia».

Animali e uomini sono sempre più distanti.
«Quando ero bambino, nelle Langhe, potevo andare a dare da mangiare ai maiali, li vedevo, avevo a che fare con loro. Mio figlio dove li incontra i maiali? Li vede al massimo nei camion, in autostrada. Quando li incrocio, io stesso, rallento… ma sono frammenti, incontri brevissimi. Io in macchina, loro nel camion. Vedo due orecchie, pochi secondi. Le occasioni di incontro nel mondo reale sono rarissime, entrare in un allevamento o in un macello è impossibile. Per questo esistono i santuari: perché almeno lì puoi dare concretezza a qualcosa che altrimenti resta astratto. Ma sono casi isolati. E quando l’incontro reale viene meno, l’empatia deve passare da altre strade, anche dall’arte».

Scrivere questo libro ha cambiato le sue abitudini? È diventato vegetariano?
«Ho imparato a non mangiare carne. Con tutti i sacrifici che comporta, perché da queste parti la carne cruda te la servono come il pane. Per tutto il primo anno la sognavo almeno una volta a settimana. Continuo a mangiare formaggi, uova, ogni tanto le acciughe. Non credo nel tutto o niente: riconoscere una responsabilità, anche parziale, è comunque meglio che dire “conto solo io”».

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