«Non mi capiva del tutto, ma si fidava di me». Paola Agosti racconta il padre Giorgio, magistrato e partigiano
Corriere della Sera - Cultura

«Non mi capiva del tutto, ma si fidava di me». Paola Agosti racconta il padre Giorgio, magistrato e partigiano

Domenica 26 aprile 2026
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I suoi scatti sono esposti nella mostra «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti» nell’ambito di Exposed Torino. Giorgio Agosti fu tra i fondatori del Partito d’Azione e questore della città fino al 1949

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«Non mi capiva del tutto, ma si fidava di me». Paola Agosti racconta il padre Giorgio, magistrato e partigiano

di Paola Stroppiana

I suoi scatti sono esposti nella mostra «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti» nell’ambito di Exposed Torino. Giorgio Agosti fu tra i fondatori del Partito d’Azione e questore della città fino al 1949

Torinese, cresciuta in un ambiente culturalmente vivace, Paola Agosti, nata a Torino nel 1947, ha attraversato con la macchina fotografica alcuni dei momenti cruciali della storia contemporanea: dalle mobilitazioni femministe degli anni Settanta — di cui ha restituito una delle più lucide e durature memorie visive — alle esperienze internazionali, come il Cile di Salvador Allende e il Portogallo della «rivoluzione dei garofani». In ogni contesto il suo approccio è rimasto coerente, tra documento e coinvolgimento personale: un’attenzione profonda per i movimenti, le persone, le trasformazioni sociali che hanno attraversato il secondo Novecento. I suoi scatti sono ora esposti nella mostra «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti» nell’ambito della rassegna Exposed Torino Photo Festival 2026, al Museo del Risorgimento fino all’8 giugno. Paola è figlia di Giorgio Agosti (Torino, 1910 - 1992), figura centrale dell’antifascismo italiano, storico, magistrato, dirigente della Resistenza, commissario politico regionale delle formazioni Giustizia e Libertà, tra i fondatori del Partito d’Azione. La sua vicenda attraversa alcuni dei passaggi più decisivi della nostra storia recente, dalla lotta partigiana fino all’impegno nelle istituzioni nel secondo dopoguerra. Questore di Torino fino al 1949, vicepresidente dal 1961 del Centro studi Piero Gobetti, nel 1972 presidente del Museo del Risorgimento e, nel 1974, presidente dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte (Istoreto), dal 2004 intitolato a suo nome. Incontriamo Paola nella casa in cui è cresciuta.

Se dovesse rispondere oggi alla domanda più semplice e al contempo più difficile — chi era suo padre — da dove partirebbe?
«Da un papà molto simpatico, divertente, ma anche profondamente tenero e affettuoso. Era un grande sentimentale, che nascondeva questa tenerezza dietro a una forte ironia. Poi partirei dal suo rapporto strettissimo con mia madre: li ho sempre pensati e ricordati come indissolubilmente legati. Non riesco a separarli nella memoria».

Di che cosa si occupava sua madre?

«Nini Agosti Castellani è stata una traduttrice letteraria di grande finezza, amatissima nell’ambiente letterario: è stata considerata a lungo una delle principali voci italiane di Jane Austen, da Orgoglio e pregiudizio tradotto negli anni Cinquanta fino a Persuasione. Tra i suoi contributi più significativi va ricordato il ruolo pionieristico nell’introdurre in Italia Il mago di Oz di L. Frank Baum: lo scoprì su una bancarella, lo tradusse e ne favorì la prima diffusione italiana. Nel corso della sua carriera ha lavorato anche sulla letteratura per l’infanzia, mantenendo un’attività costante per tutta la vita».

Nella memoria pubblica Giorgio Agosti è una figura centrale della Resistenza e dell’Italia repubblicana. Nella vita quotidiana, che tipo di padre era?
«Un padre presente, pur scegliendo di restare un passo indietro rispetto al legame fortissimo che avevo con mia madre. Ciò che ricordo con maggiore chiarezza è il suo straordinario rispetto per le donne. Per un uomo nato nel 1910 era un tratto tutt’altro che scontato: nutriva una considerazione autentica per le collaboratrici, per le amiche, per sua madre — anche lei fine intellettuale — per tutte le figure femminili della sua vita. Aveva inoltre un’attenzione profonda per gli altri. Era capace di aiutare chiunque ritenesse in difficoltà, anche persone che non conosceva».

Che rapporto aveva con lo studio e la scrittura?

«Ha sempre scritto e letto moltissimo e, quando la vista non glielo ha più permesso, si faceva leggere libri dagli altri, soprattutto libri di storia, da sempre sua grande passione. Una parte significativa del suo pensiero è emersa nei diari pubblicati postumi nel volume Dopo il tempo del furore, curato da mio fratello Aldo Agosti. In quelle pagine, che attraversano decenni di storia repubblicana, si intrecciano commenti sulla politica italiana e internazionale, incontri con figure come Salvemini, Calamandrei, Bobbio, Venturi. Nel 2004, insieme a Camilla Bergamaschi, ho curato la raccolta delle lettere ai familiari, che copre un lungo arco cronologico della sua vita: qui la dimensione pubblica e quella privata si intessono in modo inscindibile».

Come si rapportava alla sua scelta di essere una fotografa? L’ha supportata?
«Mi ha sempre sostenuta e lasciata completamente libera. Credo però che non abbia mai capito fino in fondo che cosa fosse davvero il mio lavoro, perché era molto distante dal suo mondo. In una lettera del 1967, scritta a un editore spagnolo antifranchista che mi aveva incontrata quando avevo poco più di vent’anni, mio padre scrive: “Capire un figlio di ventiquattro anni non è sempre facile, ma capire una figlia di vent’anni è per un padre quasi impossibile. Quali reali interessi abbia Paola non lo so. […] Siccome sono convinto che non manchi di una certa personalità e soprattutto perché ho fiducia nella sua lealtà, ho scelto — ma non sarà invece per viltà — la via più comoda di lasciarla completamente libera”. In questa lettera c’è tutto il nostro rapporto: non mi capiva del tutto, ma si fidava profondamente».

Guardando oggi al suo lavoro, riconosce un legame — anche indiretto — con l’etica e lo sguardo di suo padre?

«Credo che l’ambiente in cui sono cresciuta e il tipo di educazione ricevuta abbiano inciso nella scelta dei temi e nel modo di pormi. Non ho mai provato soggezione davanti ai politici o agli intellettuali che ho fotografato. E mi ha sempre fatto piacere quando, sentendo il mio cognome, alcuni di loro — come Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Natalia Ginzburg, Pietro Citati — mi chiedevano se fossi figlia di Giorgio Agosti».

Giorgio Agosti apparteneva a una generazione per cui l’impegno civile era una forma di responsabilità personale. Che cosa resta oggi di quell’idea?
«Molto poco, purtroppo. Di lui Norberto Bobbio, amico di tutta una vita, ha scritto: “Tra le persone che ho conosciuto Giorgio Agosti appartiene a pieno diritto al nobile castello cui ho dato il nome di Italia civile”. Una definizione che restituisce con precisione la sua statura morale: il suo esempio rimane».

Esiste, nella sua memoria, un momento o un’immagine privata capace di restituire più di ogni altra chi fosse davvero suo padre?
«Lo vedo la mattina, quando veniva a svegliarmi portandomi il caffè a letto e dicendomi: “Chi vuol vedere l’aurora lasci le molli piume”. Una citazione colta che mi diceva per prendermi bonariamente in giro. In quell’immagine c’è tutto: il senso del dovere, ma anche una grande tenerezza e ironia. È così che lo voglio ricordare».

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