Il punto limite (e un clima acceso da anni)
Violenza inaccettabile nella giornata della Liberazione. Sfortunata è infatti la Repubblica se perde a tal punto una memoria comune delle proprie origini, da trasformarne una data fondativa in palestra per chi vorrebbe ricominciare, seppure sotto forma di farsa, una nuova guerra civile
Il punto limite (e un clima acceso da anni)
Antonio Polito | 25 aprile 2026Violenza inaccettabile nella giornata della Liberazione. Sfortunata è infatti la Repubblica se perde a tal punto una memoria comune delle proprie origini, da trasformarne una data fondativa in palestra per chi vorrebbe ricominciare, seppure sotto forma di farsa, una nuova guerra civile
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«Questo non è il 25 aprile, questo è l’8 settembre». Avrà anche esagerato il deputato del Partito democratico Filippo Sensi, che ha tratto tale amarissima conclusione alla fine della festa dedicata a celebrare la Liberazione. Ma non tanto. Sfortunata è infatti la Repubblica se perde a tal punto una memoria comune delle proprie origini, da trasformarne una data fondativa in palestra per chi vorrebbe ricominciare, seppure sotto forma di farsa, una nuova guerra civile. «La Resistenza — ha scritto lo storico Pietro Scoppola — non è una parte della Francia, ma il tutto..., è la nazione stessa nella sua continuità».
Non si può dire lo stesso dell’Italia, se ottant’anni dopo la nascita della Repubblica dobbiamo assistere a giornate come quella di ieri; con un teppista (fascista?) in giubbotto paramilitare che a Roma spara a pallini su una coppia di iscritti all’Anpi, marito e moglie col fazzoletto al collo; con un gruppo di teppisti (fascisti?) che a Milano urlano ai manifestanti della Brigata ebraica che sono solo «saponette mancate», carne da lager insomma, aderendo così al delirio razzista contro il quale si è fatta la Resistenza; se ancora a Roma e a Bologna altri teppisti (comunisti?) aggrediscono chi porta le bandiere dell’Ucraina, come se quel popolo non stesse facendo la sua (durissima, eroica) Resistenza all’invasore.
Ieri nelle piazze del 25 aprile si è raggiunto un punto limite, ma è purtroppo da anni che questo clima viene preparato. È la prevedibile conseguenza di una più generale regressione: il ritorno all’idea, in gruppi certo minoritari ma sempre più attivi, che la violenza possa essere messa al servizio di una causa. Sarà giunta finalmente l’ora di alzare la guardia? Di non ripeterci più, dopo ogni atto di violenza e sopraffazione, la consolatoria formula secondo la quale «il passato non può ritornare»?
«Opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo. Questo il senso della Resistenza», aveva detto ieri il presidente Mattarella, celebrando il 25 aprile a San Severino Marche. La lotta antifascista ha messo fine a un mondo in cui la guerra era considerata «l’igiene del mondo». Non è stata una «rivoluzione», né mancata né tradita. È stata una Liberazione. E ha aperto la strada a una riconciliazione nazionale, in cui le diversissime forze che si erano opposte al fascismo si sono unite per costruire la Repubblica. A chi vuole darla di nuovo alle fiamme dobbiamo rispondere, oggi come allora: «Non passeranno».
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25 aprile 2026
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