Una società senza figli (e neppure padri)
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Una società senza figli (e neppure padri)
di Diego De SilvaMi capita abbastanza spesso, in una cena di lavoro o a una tavolata di amici e conoscenti, di accorgermi di essere il più vecchio della compagnia. Mi dicono che è una ricorrenza abbastanza regolare, superata l’asticella anagrafica dei sessanta.
Non so se sia così (speriamo, ma anche chi se ne frega), ma l’altra costante è che spesso, a un tavolo di più giovani, non ce n’è uno che oltre a me abbia dei figli. Potrei dire che il mio caso non fa testo, se non mi sembrasse azzardato incasellarmi da solo in un campione statistico, ma non è escluso che ci sia dentro. La butto lì, ma non penso proprio che venti – venticinque anni fa, a una tavolata come quella di cui sopra, sarei stato l’unico genitore della compagnia. Qualcosa di drammatico è successo, e sappiamo cosa: la scomparsa della stabilità del lavoro, la decrescita dei salari e l’aumento del costo della vita, la pressoché totale sfiducia nel futuro, la fuga dei cervelli (e non più solo delle menti superiori) all’estero, la carenza di servizi per l’infanzia, il divieto d’accesso al mercato immobiliare per le giovani coppie, il nessun investimento nella ricerca scientifica, l’abbrutimento di un mondo che non smette di parlare, anzi incancrenisce il linguaggio della guerra; e potrei andare avanti fino alla fine di questo articolo.
A fronte di questo sconfortante panorama, che in una società così tristemente invecchiata si protesti a gran voce, finanche a carte bollate, contro le urla dei bambini che giocano, la trovo un’aberrazione di questi tempi incafoniti, l’espressione di un egoismo e di un’insensibilità che dovrebbero provocare, in chi li sventola, il boomerang della vergogna. Dal Veneto alla Sicilia si registra un’offensiva contro i cosiddetti schiamazzi dei (pochi) bambini rimasti, colpevoli di giocare, rincorrersi, fare quello che sono.
Comuni, parrocchie, impianti sportivi, finanche parchi pubblici dove i bambini avrebbero il sacrosanto diritto di scorrazzare e fare il cavolo che vogliono, vengono coinvolti in cause che durano anni, alcune già concluse con condanne a risarcimenti, nel segno di un’intolleranza che aspira alle sentenze. Ma è possibile che si stia perdendo la pazienza biologica che ogni essere umano adulto dovrebbe naturalmente provare verso l’infanzia?
Come ci siamo ridotti, se non solo ci siamo abituati a vivere in quartieri dove incontriamo raramente dei bambini, ma non siamo neanche più capaci di gioire delle loro voci, anche quando ci disturbano? Neanche confinati nell’ora d’aria di un parco possono più essere liberi? Tanto ci costa riconoscere il loro diritto al casino?
Tempo fa, davanti a un portone vidi un cartello che vietava il gioco al pallone in quella via. Sotto il divieto, qualche ragazzino che meriterebbe il Pulitzer aveva scritto: «E allora ci droghiamo».
Ho riso fino alle lacrime.
A sabato prossimo.
Vai a tutte le notizie di Napoli
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Mezzogiorno Campania
25 aprile 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Monopoli, il veterinario che gira con la banda dei bassotti. «Ci vorrebbero più uomini come lui»
Hai una storia da segnalare sul tuo territorio?
ScriviciIscriviti alla newsletterCorriere del Mezzogiorno
Le news principali sul Mezzogiorno
Ogni giorno alle 12, a cura della redazione