Da Conte a Schlein, perché il Campo largo «tifa» per Meloni sulla legge elettorale
Corriere della Sera - Cultura

Da Conte a Schlein, perché il Campo largo «tifa» per Meloni sulla legge elettorale

Venerdì 24 aprile 2026
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Ma il centrosinistra non farà «regali» alla maggioranza

Da Conte a Schlein, perché il Campo largo «tifa» per Meloni sulla legge elettorale

di Francesco Verderami | 24 aprile 2026

Ma il centrosinistra non farà «regali» alla maggioranza

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Anche Giuseppe Conte farà il tifo per Giorgia Melonisulla riforma della legge elettorale, che dalla prossima settimana vedrà impegnati in Parlamento i «bipolaristi» e il «partito del pareggio», schierato a difesa del Rosatellum in modo da avere le mani libere nella prossima legislatura. 

Per quanto il leader dei Cinquestelle si prepari ad accusare la premier dell’«ennesimo furto di democrazia», confida che la riforma vada in porto: perché — dice nei colloqui riservati — «dobbiamo evitare che si formi un altro governo Draghi». Di più. Convinto com’è di vincere le primarie nel Campo largo e di essere proiettato verso un ritorno a Palazzo Chigi, spera che il premio di maggioranza non venga ridotto troppo per ottemperare alle disposizioni della Corte costituzionale. Conte vuole che resti «congruo». E il motivo è chiaro: teme che una pattuglia di parlamentari possa in corso d’opera sovvertire il risultato elettorale.

Ancora brucia il gioco di Palazzo di cui sostiene di essere «rimasto vittima»: il suo pensiero va sempre a Matteo Renzi, che nel 2021 s’intestò la manovra al Senato con cui venne spodestato. Ma «Giuseppi» non è l’unico nel centrosinistra a voler neutralizzare il leader di Italia viva. Anche il Pd sta preparando delle contromisure. Ce n’è traccia in un dialogo avvenuto più di un mese fa tra Francesco Boccia e un suo compagno di partito. Quando fu affrontato il tema, il capogruppo dem a Palazzo Madama rispose d’istinto: «Al Senato candideremo solo parlamentari di provata fede. Per gli altri ci sarà spazio alla Camera». Dove le maggioranze sono più larghe e perciò è (quasi) impossibile far cadere i governi.

Così Renzi verrebbe ingabbiato. E questo accorgimento varrebbe per Conte come per Elly Schlein, che è altrettanto convinta di essere la candidata del Campo largo per Palazzo Chigi. E ovviamente è un’altra tifosa di Meloni. La sua linea, «non vorrei la riforma ma mi serve», è stata rivelatala scorsa settimana da Maria Teresa Meli sul Corriere. Bipolarista per convinzione, la segretaria del Pd è costretta al tatticismo per necessità: il corpaccione dei suoi gruppi parlamentari è contrario alla riforma, perché il Rosatellum garantirebbe attraverso i collegi molti più seggi rispetto a oggi e — per usare le parole di un dirigente dem — «ognuno privilegia il proprio posto anche se a scapito della stabilità di governo». Mostrarsi contrari «tiene unito il partito e il Campo largo».

Eppure «bipolaristi» sono anche i rappresentanti di Avs, perché — come sostiene uno dei suoi maggiori esponenti — «non saremmo disponibili a dare i nostri voti a un governo di larghe intese». E restare fuori dalla stanza dei bottoni, quando si è a faticato all’opposizione per entrarci, non è il massimo. Se così stanno le cose, è evidente la distanza che separa l’atteggiamento pubblico del Campo largo — ostile alla riforma — e i desiderata privati dei leader che tifano Meloni. 

Certo, andranno fatte delle modifiche al testo della legge. Ma a parte questo c’è un motivo se il centrosinistra si prepara a salire sulle barricate in Parlamento. Chi nel Pd ha in mano il dossier elettorale, spiega che «non c’è voglia di fare regali al centrodestra». La speranza è riceverne. Mettendo intanto pressione alla maggioranza per «verificarne la tenuta».

Lo si capirà già dalla prossima settimana, con l’inizio delle ottanta audizioni previste. Tutta l’attenzione sarà concentrata sul ritmo che imporrà ai lavori il forzista Nazario Pagano, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera: una gestione lenta trasformerebbe il problema da questione procedurale a caso politico nel centrodestra. 

L’obiettivo di Meloni è far approvare la riforma entro luglio per poi passarla al Senato. Ma il sentiero di una legge elettorale è il più complicato e insidioso. Più volte su questo tema è saltato il banco. Perciò, per quanto il «partito del pareggio» sia nettamente minoritario in Parlamento, resta molto temibile. Le sue vie sono infinite. Di mezzo c’è la strada per il Quirinale.

24 aprile 2026, 22:01 - modifica il 24 aprile 2026 | 22:05

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