Gli affari, la folla i nuovi mercati: la sfida (vinta) del Salone
Il Salone del Mobile supera il test anche anche nell’era dell’incertezza. Il coraggio di non arretrare, da Milano un segnale al mondo
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Gli affari, la folla i nuovi mercati: la sfida (vinta) del Salone
Dario Di Vico | 24 aprile 2026Il Salone del Mobile supera il test anche anche nell’era dell’incertezza. Il coraggio di non arretrare, da Milano un segnale al mondo
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Bisognerà — solo per scaramanzia — attendere i numeri riepilogativi ma si può già dire che il Salone ha vinto la sua sfida anche nella stagione più difficile, quella dell’Incertezza con la maiuscola. E, a scanso di equivoci, come metro prendiamo l’andamento del business e i contratti firmati, non l’ormai proverbiale lunghezza delle code a questa o a quella installazione del Fuorisalone. L’industria italiana del design ha così dimostrato di godere del dono delle classiche sette vite: nell’anno dei dazi voluti da Donald Trump è riuscita addirittura ad aumentare le esportazioni.
E nella (attuale) stagione delle crisi geopolitiche permanenti riesce a tenere botta allo stesso modo senza indietreggiare. I protagonisti di questo exploit setacciano tutte le nuove geografie (Mercosur ad esempio) dove trovare nuovi clienti, aprono showroom ai quattro lati del mondo, individuano nuove traiettorie di mercato (la Borsa del contract, ad esempio) e soprattutto conservano intatta la motivazione a battersi, a portare la bandiera del made in Italy ovunque si riesca. Gli imprenditori del design ci appaiono, dunque, né appagati né spaventati. Non era scontato. Diversi di loro in mezzo alla tempesta hanno saputo avviare anche il necessario cambio generazionale nella governance, come di recente i brianzoli della Poliform. Cosa succederà a livello macroeconomico nei prossimi mesi nessuno lo sa, basta pensare che le società di previsioni strategiche propongono ai loro clienti tre o persino quattro diversi scenari in alternativa tra loro e comunque l’Incertezza non induce i capitani del design a dimettersi. A vendere e scappare. Chapeau.
Chi per mestiere fa il pelo e il contropelo ai settori industriali, vedi gli uffici studi di Mediobanca o di Intesa Sanpaolo, è più o meno concorde nel sostenere che si tratta di un’industria labour intensive (il 65% dei dipendenti sono operai e solo il 29% impiegati), che la taglia media delle aziende è ancora troppo small e che rischiano nei prossimi anni di non trovare sul mercato del lavoro le competenze da rimpiazzare per raggiunti limiti di età. Gli economisti industriali sostengono anche che queste imprese dovrebbero avere più coraggio nell’aprire il loro capitale alla buona finanza e che qualche manager in più, preso dall’esterno, servirebbe. Ma gli stessi rigorosi analisti non possono non ammettere che la formula veneta o brianzola della continuità territoriale tra artigianato, industria e design permette di passare dal prototipo alla produzione in tempi record e oggi non appare replicabile all’estero. Il modello di specializzazione italiana, con anima tricolore e designer di tutto il mondo che vengono a insegnare ma anche ad imparare, tiene. Il suo vantaggio competitivo per ora non è eroso nonostante tutti i rilievi di cui sopra. È vero che una volta a fare paura erano gli scandinavi o gli americani e oggi l’avversario ha i colori rossi e arrembanti della Cina con la valanga di merci che si appresta a rovesciare sui mercati del Vecchio Continente, ma i nostri industriali hanno buon gioco a replicare che Bruxelles dovrebbe aprire gli occhi e introdurre nei porti controlli più rigidi sulle merci che non rispettano le regole. Di concorrenza sleale si tratta.
Dei mercati che stanno cambiando per geografie e tipologia di domanda (non più singoli prodotti ma forniture integrate e capacità di gestire interi edifici come ha raccontato in Fiera il grande Rem Koolhaas) abbiamo accennato, va solo ribadito che queste discontinuità non creano panico. È chiaro però che ci si può proclamare leader solo se si occupa stabilmente la fascia premium del mercato e se si tiene attiva la sorgente della creatività. C’è chi ha sostenuto in questi giorni che il Salone in merito abbia perso qualche colpo rispetto al passato, che i produttori si limitino a percorrere sentieri consolidati, che facciano capolino comportamenti che oscillano tra pigrizia e rendita e di conseguenza si senta la mancanza di nuovi oggetti destinati a diventare iconici. Un difensore d’ufficio del made in Italy replicherebbe che produrre ed esporre ogni anno novità di prodotto è già una fatica di Sisifo (e di cassa) ed è umano che non sempre si riescano a toccare nuovi vertici della creatività. È giusto però che se ne parli apertamente, suonerà quantomeno come un ulteriore stimolo per i nostri «eroi» del design.
Uno stimolo ancor più valido se consideriamo come sul terreno dell’ideazione incomba un’altra sfida che molti giudicano la più improba. È la competizione con l’intelligenza artificiale. Maria Porro, la prudentissima presidente del Salone, l’ha detto nei giorni scorsi con una franchezza quasi sconcertante. Senza una regolamentazione immediata l’AI «potrebbe saccheggiare decenni di know how in un clic». Insomma se la creatività diventasse un algoritmo appoggiato su database esistenti il vantaggio del genio italico rischierebbe quantomeno di scemare. Vedremo come si svilupperà questa sfida, oggi nei giorni dell’ennesimo Salone vincente lasciateci essere ottimisti. Puntiamo per farcela sulla motivazione dei nostri imprenditori e sulla perizia del gruppo dirigente che ha guidato il Salone e l’industria italiana in questi anni tra Covid e Geopolitica.
24 aprile 2026
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