Intelligenza sociale
Una partita ancora da giocare. AI e aspetti sociali. La transizione è appena iniziata
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Daniele Manca | 24 aprile 2026Una partita ancora da giocare. AI e aspetti sociali. La transizione è appena iniziata
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Se le premesse sono quegli 80 mila lavoratori licenziati dalle big tech nei soli primi tre mesi di quest’anno, la domanda che ci si deve porre è: il peggio deve ancora arrivare? La metà di quelle uscite sono legate, indovinate un po’?, all’Intelligenza artificiale. Che fa sorgere il dubbio se possa bastare la semplice ricetta basata su più competenze e più formazione per evitare al lavoro e alla società di rimanere stritolati.
Ci sono almeno un paio di cose che ci devono spingere a guardare molto più da vicino le prime già importanti conseguenze dell’utilizzo dell’Intelligenza artificiale, AI nell’acronimo anglosassone. La prima: abbiamo veramente compreso la profondità di questo nuovo salto tecnologico? La seconda è, all’opposto, se a fronte di queste drammatiche evoluzioni mentre tentiamo di capire cosa sta accadendo, dobbiamo limitarci come qualcuno pensa a rifiutare o perlomeno rallentare quella che appare un’inevitabile rivoluzione?
Il segnale d’allarme ce l’ha dato Meta, la società di Facebook, che, dopo aver licenziato oltre 2 mila persone all’inizio di questo 2026, ha annunciato altre 8 mila uscite. Che vanno ad aggiungersi ai 16 mila tagli annunciati da Amazon e ai 25 mila di Oracle.
Secondo la società RationalFx che ha utilizzato dati di ministeri del commercio e il monitoraggio di siti web di offerte di lavoro nel mondo, di quelle 80 mila uscite, ben 60 mila sono negli Stati Uniti. Tagli che concentrati in così poco tempo non si vedevano dai tempi della pandemia.
Spesso i licenziamenti sono stati il modo per far capire soprattutto ai mercati finanziari, a Wall Street e alle Borse, che si stava attenti ai costi. Forse un tempo. Il recente passato sembra raccontarci una storia diversa. In realtà le uscite sono state rimpiazzate generalmente da entrate di talenti ancora più costosi. Le spese sono destinate quindi ad aumentare. E se si va a guardare il numero dei dipendenti nel tempo, anche qui la fotografia è ben diversa.
Come notava Martin Peers nella sua rubrica serale The Briefing, la disciplina di costi non si accompagna necessariamente a una riduzione complessiva dei dipendenti. Alla fine dello scorso anno Google aveva circa 190 mila lavoratori impiegati. Era sceso a 180 mila a metà del 2024 dai sempre 190 mila dell’inizio del 2023. Le nuove assunzioni avevano quindi sostituito quanti erano stati tagliati. La stessa Meta che era passata nell’autunno del ‘23 a 66 mila dipendenti dagli 87 mila di un anno prima, a fine dell’anno scorso era tornata a 78 mila.
Una, forse, la principale motivazione dietro i tagli, è la ricerca di una maggiore produttività. E cioè si tentano di fare le stesse cose con meno persone. Ma come ha rivelato a Nikkei Asia, Babak Hodjat capo dell’AI Cognizant, uno dei maggiori fornitori mondiali di servizi di information technology, le riduzioni occupazionali non si sa quanto siano legate a reali aumenti della produttività o a quegli aumenti che ci si attende in futuro.
Siamo insomma in una situazione di profonda transizione. Stiamo entrando in una nuova civiltà o (in)civiltà digitale. Una delle trappole cognitive nelle quali stiamo però rischiando di incappare è quella di considerare come tutto già avvenuto. Non è così.L’andamento così ondivago del numero dei dipendenti delle big tech lo dimostra. Dobbiamo convincerci che la partita è ancora tutta da giocare. È per questo che il bisogno di capire non deve diventare un motivo per rifiutare o rallentare l’ingresso in questo nuovo mondo.
Anche perché siamo già in ritardo. Secondo uno studio del «Brooking Institute» che ha condotto una survey nei mesi di gennaio e febbraio di quest’anno, la quota di lavoratori che oggi utilizza Intelligenza artificiale di nuova generazione è al 43 per cento negli Stati Uniti. In Svezia e nel Regno Unito e sopra il 35%, in Germania sopra il 30, l’Italia è al 25,6%.
Non si tratta certo di abbandonarsi all’entusiasmo per ogni nuova tecnologia. Dietro l’AI c’è ancora molto di ignoto. Ma dobbiamo comprendere quanto la velocità con la quale l’AI produce cambiamenti sia molto superiore ad altre tecnologie del passato. In genere per avere un’idea della velocità di adozione di una tecnologia si adotta il criterio del tempo necessario a raggiungere un livello di utenti che faccia massa critica. Quel livello viene fissato a 100 milioni.
Nel secolo scorso, in altre situazioni e con una popolazione mondiale ben diversa, il telefono ci mise 75 anni per raggiungere i 100 milioni di utenti, l’automobile 62, l’elettricità 46. Ma se ci avviciniamo a noi vediamo che i tempi cambiano. Per l’adozione di Internet ci vollero 7 anni, per Facebook 4,5, per ChatGPT due mesi.
Non possiamo continuare a dirci che stiamo entrando in una nuova civiltà digitale e non prenderne consapevolmente atto e che ciò comporta cambiamenti importanti. Guai farne oggetto di riflessione solo nelle università. La riflessione va condotta a tutti i livelli, politici, sindacali, amministrativi, pena la non comprensione della profondità della trasformazione.
È tempo di pensare a una grande opera di alfabetizzazione digitale, trasversale nelle materie e tra generazioni. Dobbiamo accettare che è finito il tempo nel quale le vecchie generazioni insegnavano alle giovani. Probabilmente in cattedra dovranno alternarsi adulti e meno adulti più immersi nel digitale.
Dovremo anche deciderci di capire che preparare il futuro significa pensare ai cittadini di domani, a iniziare da quelle scuole materne, come ci insegnano i Paesi nordici, nelle quali coltivare spirito critico, comunitario e approccio consapevole alla tecnologia. Perché, come diceva qualcuno, è a sei anni che si impara a innovare. Sapendo che mai come prima all’AI va affiancata intelligenza sociale, politica e di governo.
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