Le ragazze e i ragazzi che faticano a stare nel proprio corpo, il film «La più piccola» da vedere al cinema
Corriere della Sera - Cultura

Le ragazze e i ragazzi che faticano a stare nel proprio corpo, il film «La più piccola» da vedere al cinema

Venerdì 24 aprile 2026
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L'attrice Hafsia Herzi, alla sua terza regia racconta il momento di passaggio di Fatima, che scopre la sua sessualità in contrasto con la religione musulmana

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Le ragazze e i ragazzi che faticano a stare nel proprio corpo, il film «La più piccola» da vedere al cinema

di Sara D'Ascenzo

L'attrice Hafsia Herzi, alla sua terza regia racconta il momento di passaggio di Fatima, che scopre la sua sessualità in contrasto con la religione musulmana

L'attrice  Nadia Melliti protagonista del film 

«La più piccola» di Hafsia Herzi

Fatima ha 17 anni, è una ragazza franco-algerina, musulmana praticante. Dentro di sé nasconde un'altra sé, quella vera, quella che desidera le ragazze, è attratta da loro, e per loro il suo corpo muscoloso scolpito dall'esercizio solitario del calcio, palpita di desiderio. Eppure è tutto sotto traccia. Fatima, interpretata benissimo dalla giovane attrice rivelazione Nadia Melliti, non lascia trasparire nulla. Si affida a Tinder per provare ciò che non riesce nemmeno a immaginare e nel suo primo goffo incontro con una donna più grande, lei col berretto sportivo calato sulla fronte appare più spiccia che desiderosa di qualcosa che non sia capire, dare un nome e un'immagine a ciò che confusamente il suo corpo le chiede. L'adolescenza è un'età magmatica, dove un niente sembra tutto ed è tutto, dove i desideri dominano la quotidianità, dove il gruppo ti accetta ma incasellandoti in ruoli prestabiliti ti blocca. Hafsia Herzi, cresciuta sul set di quella meraviglia che fu «Cous Cous» di Abdellatif Kechiche, quasi vent'anni fa, dimostra di sapere che cosa si prova, e quanto contrasto c'è tra la vita sognata e la vita vissuta. Quando Fatima indossa il velo integrale, le inquadrature sono nella luce livida del mattino, quasi che ogni giorno rinascesse una nuova Fatima, distante da quella che di notte cerca qualcosa che non sa capire. E quando incrocia la prima delusione, con una ragazza che la allontana perché ha gravi problemi di depressione, tutto si mette in discussione, compresa la religione. In due sequenze chiave - con l'autorità religiosa e con l'altra autorità della sua vita, la madre - Fatima piange calde lacrime e scortica la maschera che si è cucita addosso.  È lì che esce la mano di una regista che sta incollata ai suoi personaggi, non li molla. Regalando loro uno sguardo protettivo, pieno di umana comprensione. E non lasciatevi ingannare dai divieti a 14 anni: di pruriginoso non c'è nulla. Tutto è naturale. E per quello ancora più intenso. 
Voto: 7,5. Film d'iniziazione soffuso di uno sguardo dolce e comprensivo. I ragazzi ci guardano e si guardano. Sarebbe bello lo facessero al cinema, nel buio di una sala che diventa cuore pulsante.

«Un cane a processo» di Laetitia Dosch

L'avvocata Avril Lucciani è l'avvocata delle cause perse e per questa sua propensione a perderle tutte sta per perdere anche il lavoro, come il suo collega di studio si premura di comunicarle a inizio del film. Da subito capiamo una cosa: la comicità di questo piccolo film è surreale, la regista, che interpreta anche l'avvocata, ha uno sguardo stralunato e una fisicità interessante, fuori dai soliti schemi che contribuiscono a rendere credibile il poco credibile profilo di un'avvocata che si lascia impietosire dall'altrettanto improbabile padrone del cane (François Damiens, irresistibile nei panni del padrone del cane, strabico e piuttosto orso). Così incrocia il suo destino e la sua ultima possibilità di rimanere nello studio del collega, con Cosmos, un cane sotto accusa per aver morso tre donne. Una prima esilarante udienza in uno studio soffocante con un giudice piccolino ha un solo esito: poter processare Cosmos come responsabile indipendentemente dal suo padrone. Quel che succederà dopo, con cortei a favore e cortei contro il cane, femministe impazzite, bande di attivisti che mettono a ferro e fuoco la tranquillissima Svizzera, procede a un ritmo sincopato, che ha solo una battuta d'arresto verso il finale, ma che ha qualche scena davvero divertente, come quelle nell'aula di giustizia, con la sfilata di esperti che le inventano di tutte pur di trattare Cosmos come un vero e proprio imputato.
Voto: 6,5. Comicità surreale per un film godibile, adatto a tutti, che racconta una storia piccola che diventa gigante e poi torna piccola. Come la vita.  

«Tabù. Egon Schiele» di Michele Mally

Egon Schiele raccontato nella sua sensualità, nella sua ricerca artistica, tra Praga e Vienna, tra gli inizi con i disegni e i corsi a Vienna con Gustav Klimt. I quadri di questo artista morto a 28 anni per la fatale influenza di spagnola nel 1918, rivivono in un film che sceglie il registro artistico anche nella messa in scena, con qualche discutibile soluzione visiva e sonora - tante, troppe canzoni - per restituire l'atmosfera malinconica e delirante di molti suoi quadri, dove l'elemento sensuale e fisico sembra emergere come primo e quasi unico. Ci sono i tanti quadri che dominano i musei di Vienna, dall'Albertina al Leopold, capolavori che da almeno cento anni ispirano i giovani artisti a guardarsi dentro, a scrutare nel proprio abisso per ritornarne con perle di pittura in mano. Ma non tutto fila. Buona la parte in cui si racconta la sua vita e quella «sliding doors» di quando lasciò la prima innamorata per la ragazza che poi sposò, meno bene tutte quelle superfetazioni nella casa natale che sanno un po' troppo di posticcio, la fotografia è molto basica, troppo poco ricercata rispetto ai quadri che mette in scena. Tanto che il film resta sospeso a metà: un po' esplorazione di Schiele un po' biopic non  del tutto riuscito. Ma col merito di riparlare di un artista ancora oggi gravido di significati. 
Voto: 6. Operazione interessante, anche se non tutto torna. 

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