Casa delle contemporaneità, apre il nuovo museo al Candiani di Mestre: «Era nato male, l’abbiamo salvato»
Corriere della Sera - Cultura

Casa delle contemporaneità, apre il nuovo museo al Candiani di Mestre: «Era nato male, l’abbiamo salvato»

Venerdì 24 aprile 2026
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Tre milioni per la struttura. L’ingresso con la torre-simbolo e la passerella. Brugnaro: «Era finito nelle grinfie dei “comunisti” che l’hanno fatto a pezzettini»

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Casa delle contemporaneità, apre il nuovo museo al Candiani di Mestre: «Era nato male, l’abbiamo salvato»

di Anna Maselli

Tre milioni per la struttura. L’ingresso con la torre-simbolo e la passerella. Brugnaro: «Era finito nelle grinfie dei “comunisti” che l’hanno fatto a pezzettini»

Innanzitutto il nome. Si chiama Casa delle contemporaneità, al plurale, perché non esiste un solo modo di raccontare il presente e il passato: la tragedia della Seconda guerra mondiale, la fatica di ricostruire un Paese e un’identità, non sono esperienze condivise da tutti i cittadini di Mestre, tanto che il MUVEC – l’ultimo arrivato nella Fondazione Musei Civici, inaugurato ieri – accoglie i visitatori con un ledwall in 21 lingue. Quelle più parlate in città. Come del resto accade in sala relax: un’installazione chiede ai mestrini «Che cos’è per te casa?», richiamando i panni stesi al sole ad asciugare. 

Gesto universale e condiviso

Un gesto universale e condiviso ad ogni latitudine. MUVEC è frutto di un importante intervento di ristrutturazione del centro Candiani costato 3,1 milioni di euro, che ha ridisegnato la piazza e dato respiro alle collezioni di arte contemporanea della Fondazione. Il sindaco Luigi Brugnaro, vicepresidente di Muve, è partito da lontano: «Non so se ve lo ricordate ma il Candiani è nato male. Gli architetti Cappai e Mainardis (dell’omonimo studio, ndr) prevedevano anche un grande teatro che avrebbe potuto ospitare produzioni internazionali. Poi è finito nelle grinfie dei “comunisti” che l’hanno fatto a pezzettini».
«Quando siamo arrivati – prosegue Brugnaro – ci siamo dovuti ricomprare il cinema, dato che il gestore non ce la faceva più, spendendo un mucchio di soldi, ma salvandolo. Sono cose che la gente deve sapere quando va a votare». Ma non bastava perché i piani alti erano praticamente deserti e i conti del Comune in rosso: «Ho detto “vendo la Giuditta di Klimt” e sono stato massacrato, anche se poi una volta al ministero qualcuno mi ha detto che avevo avuto una bella idea. Ma era una provocazione perché volevo far capire la situazione, con 800 milioni di “buco”. Poi abbiamo fatto la mostra e c’era la coda fino in piazza Ferretto». Correva l’anno 2017. «Bisogna valorizzare la città – aggiunge il sindaco – allargare i momenti d’incontro».

Le novità

La novità principale del MUVEC riguarda l’ingresso, indipendente rispetto al cinema Img: si accede attraverso una torre «rosso fuoco» (il colore dominante di tutto l’ingresso) alta 13 metri e percorrendo la passerella sopra l’Old Wild West. Oltre la biglietteria prende vita il percorso della collezione permanente, che attinge dagli «archivi» della Ca’ Pesaro e dalle donazioni. Tre le direttrici su cui si dipana il racconto: Ricostruzione, Costruzione, Decostruzione. Un’impostazione che riflette linguaggi e trasformazioni artistiche del secondo Novecento attraverso le opere di Thomas Ruff, Agenore Fabbri, Arman, Emilio Vedova, Renato Birolli. E poi ancora Arnaldo Pomodoro, Alberto Biasi, Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto. «Con questo nuovo ingresso abbiamo creato una soglia, da cui si entra appunto in una “casa” – spiega la dirigente dell’area Musei Elisabetta Barisoni – La casa simbolica per tutti i cittadini, di Mestre, dell’area metropolitana e di tutta Italia». «È stata una grandissima sfida per la Fondazione – ha aggiunto la presidente Mariacristina Gribaudi citando il distretto culturale di Mestre che comprende anche Emeroteca, casermetta di Forte Marghera e prossimamente il Palaplip – La cultura è di tutti e dobbiamo trasformarla in dialogo».

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