Il magico mondo di Evelyn Wang: la mostra «Sweet Landscape» tra pittura, scrittura, moda, ironia, gioco e performance
Al Museion di Bolzano la prima personale dell’artista cinese in Italia: «Il museo luogo del divenire, un grembo materno immaginario»
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Il magico mondo di Evelyn Wang: la mostra «Sweet Landscape» tra pittura, scrittura, moda, ironia, gioco e performance
di Silvia M. C. SenetteAl Museion di Bolzano la prima personale dell’artista cinese in Italia: «Il museo luogo del divenire, un grembo materno immaginario»
L’ecclettica artista cinese Evelyn Taocheng Wang fotografata all’interno del Museion di Bolzano
«Dimenticate tutto quello che sapete: i quadri, la storia dell’arte, la pittura a olio. Considerate lo spazio del museo come un grembo materno immaginario, un luogo del divenire che mi permette di reagire alla storia di questo territorio». Con un richiamo alla meditazione, sussurrato con una delicatezza che nasconde una profondità critica tagliente, Evelyn Taocheng Wang invita a scoprire, al secondo piano di Museion, la sua prima personale in Italia, «Sweet Landscape», curata da Leonie Radine e visitabile da domani fino all’8 novembre. Nata a Chengdu nel 1981 e residente a Rotterdam, Wang è un’artista capace di scivolare tra pittura, scrittura, moda, ironia, gioco e performance per indagare come la cultura venga performata e incarnata. La sua è una «makeup palette di storia dell’arte», dove l’inchiostro e la calligrafia orientali si mescolano ai canoni occidentali incontrati in Europa. L’esposizione trasforma l’architettura museale in una scenografia artistica in cui il tempo sembra dilatarsi. «Di solito dedichiamo pochissimo tempo a un quadro», spiega, ricordando che «la concentrazione è il primo passo per scivolare in questo paesaggio dolce e stratificato».
Il percorso nasce da un’epifania quotidiana: una passeggiata tra i banchi di Piazza delle Erbe a Bolzano. «Sono rimasta sorpresa dalla qualità e dai colori della frutta. Tornata in Olanda, quel ricordo era diventato più forte delle foto scattate. Ho messo via il telefono: la nostra vita è troppo legata agli schermi». Per Wang, quei banchi somigliano a montagne in miniatura, a corpi umani, a piccoli mondi rigogliosi che riflettono «la qualità eccellente del Sud Europa». Per dipingerli ha scelto la seta come supporto: un materiale semitrasparente che nella tradizione asiatica era spesso considerato «volgare» o puramente decorativo da studiosi uomini, perché legato all’abbigliamento femminile. «La uso per sfidare quel pregiudizio patriarcale, ma anche perché mi ricorda l’eleganza della moda italiana che amo profondamente».
I suoi lavori sono un intreccio di identità nascoste: «È carta o seta? È cinese o giapponese? Portare il dubbio nel materiale è la mia metafora per capire Bolzano, terra sospesa tra lingua tedesca e italiana». Un’opera ritrae un pomodoro: «I suoi toni mi ricordano i cosmetici e, allo stesso tempo, gli affreschi rinascimentali. Combino l’ombretto alla pittura perché il trucco è, di fatto, un dipinto sul volto». Un atto di ribellione silenziosa contro i tradizionali studiosi orientali che «odierebbero veder distrutta la loro “pura” identità tecnica da un rossetto o da un trucco per occhi».
La mostra si snoda attraverso nuclei che mescolano il globale al site-specific. Wang reinterpreta le griglie minimaliste di Agnes Martin trasformandole in paesaggi interiori in cui l’astrazione incontra il figurativo. «Se abbiamo tormenti di identità, possiamo chiuderli dentro ogni griglia e dimenticarcene». Eppure, dietro queste linee geometriche, spuntano elementi crudi: i genitali maschili mutilati dei soldati. «Pensavo ai conflitti che hanno segnato questa terra, ai soldati a cavallo che combattevano nudi o con le armature. Se combatti nudo, possono tagliarti tutto», riflette l’artista con una sincerità spiazzante, citando le sue visite a Castel Roncolo e lo studio delle sculture muscolose romane. Nella sua arte c’è spazio anche per l’ironia e il gioco linguistico legato al consumo. Wang espone capi di Max Mara, «brand che in Cina rappresenta il successo economico e uno stato di vita felice». Trasforma vecchie giacche di pelle in supporti pittorici sulle cui fodere interne carciofi e zenzero convivono con riflessioni sul fascismo e sulla classicità. Appaiono i ricordi di Castel Roncolo, dove la fiaba dei fratelli Grimm si mescola all’espressionismo di August Macke. «La mia Principessa Ranocchio attraversa le montagne, arriva davanti a un negozio di moda e controlla la sua posizione su Google Maps. Si chiede se si trovi in Italia, Austria o in Germania».
Non mancano i riferimenti al sacro e al quotidiano: dai capelli di Santa Caterina nella Chiesa dei Domenicani, che all’artista «ricordano la consistenza di uno shampoo o di un olio d’oliva italiano», alla patata, «migrante universale che unisce le nazioni». E poi il cavallo di Giuseppe Castiglione, «il milanese che dipingeva per l’imperatore cinese», che Evelyn immagina «stanco dopo una traversata alpina, intento a ordinare un gelato» in una griglia di Agnes Martin. Quindi una riflessione sulla lentezza, simboleggiata dalla tartaruga rossa che è il suo marchio d’artista. «La cultura italiana è antica ed elegante, vive uno sviluppo lento: non vedi il cambiamento ma tutto sta mutando». In un mondo segnato da crisi e guerre, Wang invita a sedersi e a «osservare il paesaggio che resta sempre lì. Non conta più chi sei, ma come vedi le cose. Dovremmo apprezzare il dolce paesaggio intorno a noi, sempre presente, piuttosto che pensare a combattere». La mostra di Evelyn Taocheng Wang «non vuole insegnare nulla, ma se le persone reagiscono e trovano un momento di bellezza tra queste sete e queste visioni, per me è già il massimo».
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24 aprile 2026 ( modifica il 24 aprile 2026 | 15:29)
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