L'Europa tradita, come gli Stati Uniti
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L'Europa tradita, come gli Stati Uniti

Venerdì 24 aprile 2026
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L'Europa tradita, come gli Stati Uniti

di Fortunato Cerlino

C’è una frase di Donald Trump che suona come l’ennesima provocazione, ma che nasconde invece una grande verità: gli alleati non hanno aiutato abbastanza gli Stati Uniti. Parole che, nelle intenzioni del 45° presidente di quel paese, mostrano la sua visione del mondo, fatta di rapporti muscolari, sospetto, debiti, contributi e percentuali. Se però si prende sul serio quella frase, se la si rovescia come un guanto, allora può rivelare una verità più inquietante e tragica.
Trump ha ragione. L’Europa, il vecchio continente, è rimasta incerta e confusa di fronte al vero, grande nemico degli Stati Uniti: sé stessi.
Era dovere di noi europei aiutarli. Se non altro, almeno per gratitudine verso chi ha contribuito a sconfiggere il morbo che ora attanaglia quel paese. Perché noi, prima di loro, abbiamo perduto la nostra presunta innocenza.
L’Europa è stata un campo di battaglia per secoli. È stata teatro di alcune delle più violente espressioni della storia umana. Le guerre di religione, gli imperialismi, le dittature, fino al baratro della Seconda guerra mondiale. Proprio dentro quella catastrofe, dentro l’abisso dell’odio razziale, dentro l’incubo del delirio di onnipotenza, dentro la perversione morale dell’Olocausto e della distruzione totale, l’Europa ha conosciuto se stessa. 
Ha guardato in faccia la propria ombra. Gli uomini e le donne del nostro continente hanno visto fin dove può condurre la cultura della forza, della supremazia, della disumanizzazione dell’altro. Hanno toccato con mano cosa significa ridurre l’uomo a numero, a merce. Dopo quella guerra, l’Europa ha provato a dotarsi degli strumenti per scongiurare il ripetersi di quegli eventi. Ha provato a reinventarsi come spazio di equilibrio, di diritto e di limite all’orrore. Ha cercato di costruire un’idea di democrazia che non fosse solo procedura, ma cultura. Si è impegnata a seminare i principi del rispetto, del pluralismo, del rifiuto della violenza come linguaggio politico. In altre parole, ha tentato di trasformare la propria tragedia in insegnamento.
Ma non è mai riuscita a superare il senso di colpa, che nel tempo ha fiaccato la propria autostima. Una fragilità che le ha impedito di svolgere il ruolo a cui era chiamata. Quella lezione, così dolorosamente acquisita, non è mai stata davvero trasmessa. Non è diventata linguaggio universale. Non è stata offerta al mondo, e in particolare agli Stati Uniti, come un’alternativa credibile.
Gli statunitensi non hanno vissuto sulla propria terra la devastazione della guerra totale, non hanno conosciuto città rase al suolo per anni, né la fame diffusa, né la lunga convivenza con le macerie materiali e morali. E questo ha prodotto, inevitabilmente, una distanza esperienziale che spettava a noi colmare.
Avremmo dovuto dotarci della necessaria autorevolezza per ricordare sempre, con forza, cosa significa davvero la cultura della supremazia. Avremmo dovuto mostrare, con chiarezza e senza ambiguità, dove conduce la logica del più forte quando diventa sistema. Avremmo dovuto difendere il valore della democrazia non come ideale, ma come conquista nata dal sangue e dalle rovine.
Invece, abbiamo balbettato, e continuiamo a farlo. Peggio. Abbiamo collaborato in maniera servile quando ci siamo accorti (e ce ne siamo accorti) che la storia mostrava un tragico paradosso: mentre l’Europa cercava di lasciarsi alle spalle il passato, gli Stati Uniti ne riattivavano alcune dinamiche. Consapevolmente o no, quel popolo è scivolato verso il nostro passato. Non tutti, non in maniera cieca, ma una parte significativa di quel paese che amiamo si è infettata di un virus di cui noi avevamo la cura. Non abbiamo urlato con quanto fiato avevamo in corpo ai nostri amici che sapevamo, che ricordavamo cosa accade quando il mondo si organizza intorno alla logica del più meritevole, del «benedetto da Dio».
E allora è vero, caro presidente Trump, noi europei non abbiamo difeso gli Stati Uniti da lei e dal pericolo che lei rappresenta. Non solo per il suo paese, ma per il mondo intero. La nazione che lei guida pesa molto sullo scacchiere internazionale. Un peso che rischia di trascinarci tutti nel passato.
Quando lei, presidente Trump, attacca il Papa o si fa ritrarre come il nuovo messia, quando usa un linguaggio che rompe ogni forma di rispetto istituzionale e simbolico, non sta parlando solo di sé, ma si fa interprete di una cultura della violenza che noi europei abbiamo contribuito a legittimare ogni volta che non le abbiamo detto:
«No! Questo valore, questo diritto, non è negoziabile!».
«No! Noi rifiutiamo un mondo in cui tutto può essere ridotto a merce!».
«No! Noi non ci identifichiamo solo con il potere, con il possesso, con la capacità militare di dominare!».
Noi europei abbiamo lasciato che gli Stati Uniti prendessero il comando. Li abbiamo abituati a farlo. Perché era conveniente. Perché era rassicurante. Perché ci permetteva di delegare. E mentre delegavamo, rinunciavamo alla nostra storia, alla nostra credibilità, alla nostra autorità. Rinunciavamo a essere un faro. Rinunciavamo a essere una coscienza critica. Rinunciavamo all’eredità di chi ha dato la vita per difendere la nostra libertà, compresi i tanti soldati americani che hanno combattuto sulla nostra terra. Abbiamo rinunciato, in fondo, a essere Europa.
Il risultato lo abbiamo oggi sotto i nostri occhi: un linguaggio politico sempre più brutale, una visione del mondo ridotta a scontro, una cultura che fatica a distinguere tra valore e prezzo.
La domanda, oggi, non è più cosa farà lei, o Vladimir Putin, o la guida religiosa iraniana, o Xi Jinping o Kim Jong-un.
La domanda è: cosa faremo noi?
Cosa siamo ancora in grado di fare. Se riusciremo a ricordarci chi eravamo e, soprattutto, chi dovremmo essere.

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