Alle mostre (immersive) è meglio andarci soli
Sale multimediali, «experience», selfie: l'arte non è mai stata così interattiva, eppure... Continuano gli articoli del comico Daniele Gattano per le pagine culturali del «Corriere»: questa volta esplora il mondo delle mostre
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Alle mostre (immersive) è meglio andarci soli
di Daniele GattanoSale multimediali, «experience», selfie: l'arte non è mai stata così interattiva, eppure... Continuano gli articoli del comico Daniele Gattano per le pagine culturali del «Corriere»: questa volta esplora il mondo delle mostre
Daniele Gattano (LaPresse)
È meglio andarci da soli, alle mostre.
Un amico mi ha portato alla retrospettiva di una famosa fotografa. La brochure parlava chiaro: «Mostra + sala multimediale-immersiva». Mai leggere le brochure dopo aver pagato. Mai.
Appena entrati nella sala multimediale, io ho la chiara sensazione che chi l’ha allestita sia gente che ti dice: «Da ottobre a dicembre non ci siamo perché facciamo le grafiche di Ballando con le stelle».
Da solo la puoi saltare la sala multimediale, il mio amico invece: «Mi fai un video?».
Le persone a cui piacciono le sale multimediali non sono cattive, ma è gente che se ti invita a casa sua, l’atmosfera la crea mettendo su YouTube: Camino scoppiettante 12 ore HD. Che va al concerto Candlelight. Che torna da Londra e ti dice: «Guarda chi ho incontrato?» e tira fuori il selfie con Ed Sheeran, al museo delle cere.
Le persone che disprezzano le sale multimediali nemmeno sono cattive, è gente che se ti invita a casa sua, l’atmosfera la crea mettendo Otto e mezzo (o il film o il programma, è lo stesso). Che va al concerto di Paolo Fresu. Che torna da Londra e tira fuori il selfie con Ed Sheeran, quello vero.
Oltre al mio amico, c’erano altre cinque persone (maggiorenni) a bocca aperta, entusiaste. Mi sono chiesto: «Ma a questo punto, a che serve esporre le opere? Non potrebbero fare solo la sala multimediale?». È la cosa che deve aver pensato l’ideatore del Van Gogh Experience.
Quando si tratta di rendere l’arte mainstream, a rimetterci per primo è sempre il povero Vincent.
Il secondo è Klimt, quindi Klimt Experience, poi Caravaggio Experience, fino a quella più complessa, Escher Experience, ossia la stazione di Bologna.
Ok che è tutta gente morta, però quando su una brochure ci scrivi: «Troverete una sala multimediale per coinvolgere maggiormente lo spettatore» stai dicendo a uno come Van Gogh: «Notte stellata? Ottimo storyboard. Adesso però lascia fare a noi dello Ied».
La Cnn inserisce quelle di Klimt e Van Gogh tra le dodici migliori esperienze immersive al mondo. Sono andato a controllare le altre dieci: Bridgerton, il museo del gelato, La casa de Papel, mi fermo qui.
Bisogna ammettere che «l’experience immersiva» non è solo videomapping. La camera di Vincent ad Arles è stata ricostruita in scala 1:1, così il visitatore può entrarci, camminarci dentro e constatare che Van Gogh era sì un pittore formidabile, ma un pessimo interior designer: dietro la testiera del letto non puoi metterci l’attaccapanni a parete con appesa la roba sporca.
Io e il mio amico, nella sala multimediale-immersiva-virtuale-interattiva-sensoriale, ci siamo rimasti almeno quindici minuti. Il video lo voleva fatto bene. Usciti dal museo, l’ha caricato su Instagram, mi ha detto: «Ti taggo». Col tono della persona onesta che riconosce il tuo lavoro. Gli ho risposto: «Grazie», col tono del ghostwriter di Diletta Leotta, che non vuole che si sappia. Mi ha detto: «Ci metto una canzone?». Gli ho risposto: «No». Ci ha messo Ed Sheeran.
L’ho visto felice, è una brava persona, gli voglio bene, mi è stato vicino in un momento molto difficile della mia vita: quello con lui nella sala multimediale. È una persona che si merita il meglio, si merita il Balloon Museum.
Ci andrà da solo: è meglio andarci da soli, alle mostre.
24 aprile 2026
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