L'ultimo saluto a Biagio De Giovanni al Maschio Angioino
I funerali del filosofo e scrittore, amici e compagni di partito ne hanno rievocato i trascorsi. Il figlio Michele: gli avrebbe fatto piacere stare ad ascoltarli
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L'ultimo saluto a Biagio De Giovanni al Maschio Angioino
di Marco MolinoI funerali del filosofo e scrittore, amici e compagni di partito ne hanno rievocato i trascorsi. Il figlio Michele: gli avrebbe fatto piacere stare ad ascoltarli
Più della naturale commozione che pervade una cerimonia di cordoglio, durante la camera ardente allestita ieri nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino per l’ultimo saluto a Biagio De Giovanni è emerso il desiderio dei tanti amici ed estimatori riuniti sotto le volte secolari di confrontarsi, ancora idealmente insieme al filosofo scomparso all’età di 94 anni, sull’evoluzione del panorama intellettuale partenopeo.
Mesti abbracci e baci, le inevitabili rievocazioni di quanti hanno condiviso con lui tante battaglie politiche e ideali, ma sotto voce anche la voglia di commentare quell’attualità che ha costantemente animato la vita di De Giovanni.
Tante parole per accompagnare «una perdita difficilmente colmabile per l’eredità che lascia alla città – ha detto il sindaco Gaetano Manfredi –. Un intellettuale che ha voluto ricoprire anche ruoli di responsabilità, incurante della distinzione artificiosa che alcuni fanno tra l’impegno scientifico e quello amministrativo. Il suo insegnamento è fondamentale in una città che oscilla sempre tra la dimensione oleografica e la capacità di guardare lontano: lui guardava lontano».
Una capacità di analisi rimasta integra fino all’ultimo, nonostante la salute malferma. Lo ribadisce Umberto Ranieri che ha condiviso «con l’amico Gino» la lunga militanza politica. «Non ha mai smesso di scrivere e le sue ultime pagine sono una riflessione sulla vita e un congedo dagli amici. Ancora ragioniamo con lui sulla globalizzazione e sul futuro dell’Europa. Solo una sinistra incolta – ha sottolineato Ranieri - può dimenticare la lezione di Biagio».
Secondo Antonio Bassolino, De Giovanni aveva «i piedi piantati nella nostra terra, ma collegandosi alla grande cultura del mondo. Prima della caduta del Muro, aveva già sollecitato a superare le vecchie ambiguità. Ricordo le discussioni nell’ambito del partito, ma anche le serate nella sua casa di via Andrea d’Isernia e anni dopo a Mergellina».
Per l’addio al Maschio Angioino, la famiglia ha ritenuto opportuno far emergere anche il suo interesse per la fede religiosa, materia con la quale si confrontava pur non essendo credente.
Pavel Gajewsky, pastore della chiesa valdese e metodista, ha raccontato come fosse «sempre in cerca della verità senza accontentarsi. Trasmetteva agli altri la capacità di guardare in profondità». Lo storico dell’arte Pier Luigi De Castris ha invece rievocato la sua passione per la pittura del Seicento. «Tesseva legami stretti tra l’arte e i suoi studi – ha ricordato - e criticava la storia vista con i paraocchi, senza una dimensione più ampia».
Frammenti di vita e memoria che De Giovanni avrebbe apprezzato. Ne è certo il figlio Michele. «Avrebbe ascoltato volentieri le parole di tanti amici e colleghi – ha concluso – sempre disposto com’era a ragionare e mediare con tutti».
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