Non esiste l’antifascismo buono e l’antifascismo cattivo
Non esiste l’antifascismo buono e l’antifascismo cattivo
risponde Aldo CazzulloI tuoi preferiti
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Caro Aldo,
tempo fa lei ha scritto che dare dell’antifascista è ormai diventato un’offesa. Perché sorprendercene? In fondo, e mi si passi il paragone salutista, l’antifascismo non è forse come il colesterolo? C’è, e c’è sempre stato, quello buono e quello cattivo. Con il secondo che è ormai ritornato prevalente sul primo. Come del resto certe piazze confermano. E se quindi il termine viene ormai usato come epiteto negativo a chi la colpa? Ai fascisti? Capisco che possa essere una domanda inopportuna viste le prossime scadenze di calendario, ma tant’è... non si può continuare a negare l’evidenza per opportunismo!
Mario Taliani
Caro Mario,
non è così. Non esiste un antifascismo buono e un antifascismo cattivo. Non esiste una Resistenza da salvare e una Resistenza da condannare. La Resistenza è stata una sola. Il suo valore, direi quasi il suo prodigio fu proprio nell’unire anime molto diverse, che avevano idee opposte sul futuro dell’Italia, ma che seppero stare dalla stessa parte per combattere il nazifascismo. Il fatto che alcuni partigiani non volessero la democrazia ma la dittatura sovietica è un argomento perfetto per litigare oggi; privo di senso quando c’era da decidere da quale parte schierarsi, se con coloro che portavano gli ebrei italiani ad Auschwitz o contro coloro che portavano gli ebrei italiani ad Auschwitz. E comunque i comunisti italiani scrissero la Costituzione insieme con i democristiani e i liberali; e fino a prova contraria la nostra Costituzione è una Costituzione democratica. L’antifascismo della Resistenza non va confuso con grottesche parodie come l’antifascismo militante degli anni 70, o con coloro che oggi si proclamano «antifa». Questi sono fenomeni diversi, che possono anche avere una loro spiegazione: negli anni 70 i fascisti mettevano le bombe sui treni, oggi non c’è il fascismo ma si assiste al ritorno di alcune idee, dal razzismo al nazionalismo estremo, che con il fascismo sono imparentati. Ma, ripeto, la Resistenza è un fenomeno storico ben preciso che comincia con l’invasione tedesca dell’Italia, e prende forza quando con i bandi Graziani il Duce chiama tutti i giovani italiani a combattere per lui e per Hitler. Molti vanno a Salò convinti, molti perché costretti: i renitenti alla leva venivano fucilati o impiccati. Molti altri rifiutano di combattere per i nazisti e si uniscono alle prime bande partigiane, fondate da ufficiali dell’esercito che non volevano finire prigionieri in Germania. E il no detto ai nazifascisti fu detto non soltanto da partigiani di ogni fede politica, e da partigiani che non sapevano neanche cosa fosse un partito politico, ma anche dagli internati militari in Germania che scelsero di restare nei lager in condizioni disumane piuttosto che combattere per Hitler, dai militari che combatterono al fianco degli alleati, dai carabinieri — dodici carabinieri vennero trucidati alle Fosse Ardeatine, migliaia furono deportati in Germania —, dagli ebrei, dalle donne, dai sacerdoti, financo dalle suore: come Enrichetta Alfieri, la superiora del carcere di San Vittore che fu condannata a morte (poi graziata) per aver aiutato i prigionieri ebrei e gli antifascisti. Per questo il 25 aprile appartiene, o dovrebbe appartenere, a tutti gli italiani.
23 aprile 2026
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