Il 25 Aprile resta il cuore del Paese
Corriere della Sera - Cultura

Il 25 Aprile resta il cuore del Paese

Giovedì 23 aprile 2026
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È la data fondativa del Paese e va festeggiata perché sta alla base della scelta repubblicana e della Costituzione

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Il 25 Aprile resta il cuore del Paese

Marzio Breda | 23 aprile 2026

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La linea ovviamente non cambia: il 25 aprile è la data fondativa del Paese e va festeggiata perché sta alla base della scelta repubblicana e della Costituzione, costituendo la base morale della nostra democrazia. Questa la posizione che il presidente ha sempre manifestato e che vale per tutti gli italiani e chiunque abbia responsabilità pubbliche non può starne fuori. A maggior ragione se ha responsabilità di governo. Non si discosterà da questi concetti l’intervento che il capo dello Stato svolgerà sabato a San Severino Marche per onorare l’anniversario della Liberazione. Nonostante alcune dispute divisive degli ultimi tempi, che ricalcano quelle andate in scena da ottant’anni in qua, Sergio Mattarella non sarebbe preoccupato per questa ricorrenza. Perché il clima generale sui valori della Carta, nata come repubblicana e antifascista, gli sembra mutato in meglio. In particolare tra i giovani, nonostante tutto.

Le prove di forza sul 25 aprile sono state un vecchio problema, per il Quirinale. Cominciano subito dopo che la festa viene inserita nel calendario civile, su impulso del leader dc De Gasperi, allora premier. Destra a parte, titolare della «memoria nera», per mezzo secolo il contrasto è tutto interno al fronte antifascista. Cioè tra la narrazione egemonica che ne fa il Pci, rivendicando il primato della «memoria rossa» in quella lotta ed evocando un tradimento della Resistenza dei governi centristi dell’epoca. La Dc, invece, rappresenta una «memoria verde» con cui punta a consolidare la commemorazione in chiave unitaria, legando le famiglie politiche che si erano battute contro la dittatura.

Una logica seguita da Einaudi a Pertini. Tranne qualche fiammata di ripudio dall’ultrasinistra nel ’68, tutto cambia nel 1992, quando il presidente Cossiga lascia l’incarico con due mesi d’anticipo scegliendo di annunciare le dimissioni proprio il 25 aprile. Una picconata per disarticolare quel mito istituzionalizzato. «La vicenda politica cominciata all’indomani della caduta del fascismo si è conclusa con una sconfitta», dice in diretta tv. Sconfitta del sistema, intende, che non si è autoriformato come da lui chiesto con un messaggio alle Camere. Da quel momento il confronto competitivo sulla memoria prende un altro segno. Lo sdoganamento delle destre dal 1994 in poi si concretizza nella pretesa di far passare una parificazione tra i militanti di Salò e chi ha fatto la Resistenza. Il Paese non può «pacificarsi in questo modo», ripete Scalfaro, «perché la condivisione non può andar oltre la verità della storia». È lo stesso schema raccolto da Ciampi e Napolitano nello sforzo di depurare da quella data falsificazioni, delegittimazioni e scetticismi, ciascuno a modo suo. Ciampi, per esempio, usa toni di pietas verso tutti i caduti, di tutte le parti, per ricomporre la frattura identitaria tra italiani. E ne ricava un’ingiusta accusa di revisionismo. Serve «un passo avanti», esortava lo storico Pietro Scoppola, alludendo al processo di condivisione identitaria, di patriottismo costituzionale, nel quale è impegnato da un decennio anche Mattarella.

23 aprile 2026

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