Niente crescita senza innovazione
La sfida oggi è riuscire a trasformare la conoscenza in tecnologie e imprese
Niente crescita senza innovazione
Gabriele Galateri Di Genola | 23 aprile 2026La sfida oggi è riuscire a trasformare la conoscenza in tecnologie e imprese
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Le grandi innovazioni che hanno trasformato la società, dai semiconduttori alla biotecnologia fino all’intelligenza artificiale, seguono una dinamica ricorrente: nascono dalla ricerca scientifica, ma diventano realmente trasformative solo quando si traducono in tecnologie, prodotti e nuove imprese.
Il punto, oggi, non è produrre conoscenza, ma trasformarla in innovazione capace di generare valore economico e sociale. È su questo passaggio che si gioca la competitività dei sistemi industriali avanzati, ed è qui che il modello tradizionale di relazione tra ricerca e impresa mostra i suoi limiti.
Per lungo tempo il trasferimento tecnologico è stato concepito come una sequenza lineare: scoperta, tutela della proprietà intellettuale, licenza all’industria. Un modello che ha funzionato, ma che appare oggi insufficiente di fronte alla complessità delle tecnologie contemporanee. Intelligenza artificiale, robotica e materiali avanzati richiedono sviluppo continuo, integrazione multidisciplinare e investimenti lungo tutto il ciclo di vita.
Per questo il trasferimento tecnologico sta evolvendo: da transazione a processo collaborativo. L’impresa non interviene più solo nella fase finale, ma partecipa fin dall’inizio, contribuendo alla trasformazione della conoscenza in innovazione.
In questo contesto si colloca l’esperienza dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), nato per operare all’intersezione tra ricerca di frontiera, sviluppo tecnologico e applicazione industriale. Il modello si fonda su un equilibrio tra ricerca curiosity driven e ricerca orientata al mercato. È in questo spazio intermedio che la conoscenza diventa innovazione.
La sfida è passare dalla «transazione» alla «partnership strategica»: non vendere brevetti, ma costruire contesti in cui industria e ricerca collaborano stabilmente. I Joint Lab ne sono un esempio: laboratori congiunti in cui ricercatori e personale di azienda lavorano su orizzonti di medio-lungo periodo, fino alla creazione di nuove imprese.
Un caso significativo è stata la collaborazione tra IIT e la multinazionale Novacart, attiva nel settore cartotecnico, che ha portato alla nascita di una startup, Alkivio, ora sul mercato con un nuovo materiale che può sostituire la plastica.
Un secondo elemento riguarda la dimensione territoriale. Accanto ai modelli bilaterali, stanno emergendo forme più sistemiche di collaborazione, in cui la ricerca si integra con intere filiere produttive, coinvolgendo imprese, università e associazioni industriali.
Esperienze come il laboratorio congiunto sistemico sviluppato a Bergamo da IIT con il Consorzio Intellimech, in collaborazione con Confindustria Bergamo, KmRosso e Università di Bergamo, mostrano come sia possibile costruire infrastrutture condivise al servizio di un tessuto di piccole e medie imprese, superando la logica della relazione uno a uno per arrivare a una vera esperienza di open innovation.
I risultati ottenuti da IIT che derivano dall’attività di trasformazione della ricerca in valore mostrano una capacità competitiva significativa: oltre 1.200 brevetti attivi, più di mille accordi di collaborazione con le imprese per un valore di oltre 531 milioni di euro e 41 startup lanciate che hanno attratto 220 milioni di investimenti e creato trecento posti di lavori.
Tuttavia, il finanziamento industriale resta intorno al 10 per cento del budget, lontano dal 20 per cento di istituzioni come il MIT. Non è un limite della ricerca, ma una cautela ancora diffusa dell’industria italiana nell’investire sulla frontiera tecnologica.
Il messaggio è chiaro: l’innovazione è il principale fattore di crescita di un Paese moderno. Senza investimenti in talento, ricerca e qualità del prodotto, la competizione globale si perde.
Per l’Italia, questo significa tre cose. In primo luogo, serve consolidare poli di eccellenza collegati stabilmente all’industria: IIT è un modello, ma deve essere parte di una rete nazionale più vasta e interconnessa.
In secondo luogo, servono strumenti di finanziamento stabili: la ricerca necessita di orizzonti decennali per dare frutti reali.
Infine, serve una strategia nazionale che sia pienamente allineata con la visione europea di Mario Draghi.
Questo approccio garantisce un ancoraggio fisico della ricerca laddove batte il cuore della produzione manifatturiera, permettendo al contempo una condivisione del rischio finanziario tra attori pubblici e privati che rende possibili progetti più ambiziosi e di lungo periodo.
23 aprile 2026
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