Lo scrittore Righetto al Trento film festival: «La montagna non è da conquistare, ma da ascoltare, è un luogo di rigenerazione»
Il film dello scrittore Matteo Righetto «Per silenzio e vento», regia di Marco Zuin inaugurerà la kermesse e arriverà nelle sale da settembre
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Lo scrittore Righetto al Trento film festival: «La montagna non è da conquistare, ma da ascoltare, è un luogo di rigenerazione»
di Francesca VisentinIl film dello scrittore Matteo Righetto «Per silenzio e vento», regia di Marco Zuin inaugurerà la kermesse e arriverà nelle sale da settembre
Un viaggio tra le Dolomiti dove l’alpinismo smette di essere sfida per farsi ascolto, ma anche un viaggio interiore. È il film dello scrittore Matteo Righetto Per silenzio e vento, regia di Marco Zuin, che sabato inaugura il Trento Film Festival, in anteprima nazionale al Supercinema Vittoria di Trento (ore 17.30). Prodotto da Albolina Film di Bolzano e L’Eubage, con il patrocinio di Cai e Dolomiti Unesco, il film arriverà nelle sale con Wanted da settembre. Un lavoro che trasforma il silenzio della montagna in voce e guida verso una nuova consapevolezza ecologica e comunitaria. Critica l’idea di alpinismo come conquista o performance e invita a riflettere sul valore etico dell’alta quota in un’epoca di crisi ambientale e assalto turistico. Una riflessione civile e contemporanea sul paesaggio, sul cambiamento climatico e il senso dell’abitare. Il film mostra le contraddizioni dell’ambiente alpino contemporaneo, tra overtourism e fragilità dell’ecosistema. «Ci interessava mettere in discussione l’immaginario eroico dell’alpinismo - spiega il regista Marco Zuin - per cercare nella montagna una dimensione più intima e necessaria, capace di parlare al presente».
Matteo Righetto, il significato del film?
«La montagna non è un luogo da conquistare, ma da ascoltare. Per silenzio e vento restituisce un ritratto complesso delle Dolomiti come sentinelle della crisi climatica e come spazio di possibile rigenerazione. Un invito a passare da osservatori a custodi, ridefinendo il rapporto tra persone, ambiente, comunità».
Cosa ha voluto comunicare?
«Nell’ideazione del film prima e poi percorrendo questo “sentiero” insieme al mio compagno di viaggio Marco Zuin, ho cercato di esprimere quanto sia ancora possibile meravigliarsi del piccolo particolare che restituisce il senso dell’intera esistenza. Il risultato è un’esperienza di incontro tra sacralità e sapienza universale. C’è più vita in un bosco o su una vetta solitaria che in un centro commerciale».
Com’è stato il passaggio dalla letteratura al linguaggio del cinema?
«La mia è una scrittura versatile, ho sempre cercato il codice di linguaggio più adatto alla situazione da raccontare, libri, ma anche teatro, ora cinema. In questo caso il linguaggio del cinema era necessario, è più evocativo, coinvolge empaticamente. Volevo proprio mostrare alcune cose, cos’è la montagna e come dovrebbe essere. Alcune scene girate a Passo Giau in agosto fanno vedere l’assalto alle vette, l’overtourism, non hanno nemmeno bisogno di parole, dicono già tutto».
È un lavoro di denuncia?
«Lontano dalla retorica della conquista, il film mette in discussione l’idea tradizionale di vetta e di prestazione, proponendo una nuova visione della montagna come spazio etico, luogo di consapevolezza e condivisione. Tra escursioni solitarie e incontri con alpinisti di diverse generazioni, costruisce un dialogo tra esperienza personale e riflessioni condivise, in cui la natura diventa specchio del nostro tempo e possibile guida per il futuro».
I momenti più emozionanti sul set?
«Tanti. Il rapporto bellissimo con il regista Marco Zuin, l’alba meravigliosa insieme sul Col di Lana a attendere i camosci. E le lunghe camminate con la mia cagnolona Dorch, l’abbraccio con Erri De Luca, le scene girate con le mie figlie...»
A chi è rivolto in particolare il film?
«A tutti e tutte. Ma destinatari e destinatarie ideali sono chi ama la montagna e la frequenta. “Alpinismo” dovrebbe oggi esprimere amore e impegno attivo per la montagna. Dubito che si possano considerare alpinisti chi scala epicamente le vette, sfidano sé e gli altri. Alpinista è chi attraversa silenziosamente i boschi sapendo ascoltare il suono del vento, chi si prende cura dei pascoli, dei boschi e dei sentieri, chi contempla il mondo dalle creste dei monti senza la necessità di raggiungere una vetta. Chi si sente chiamato a un costante impegno ecologista e civile».
Da anni ha scelto di vivere in montagna, rimpianti?
«No. Spesso quando scendo a Padova, la mia città, non la riconosco più. Tra smog, inquinamento, rumore, degrado, confusione, non trovo più nulla di interessante. E non riesco a vedere le stelle».
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23 aprile 2026
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