Il 25 Aprile e la Resistenza dei contadini in Veneto (che la storia ha studiato poco)
I partigiani nelle campagne avevano la forza e il comando ma la storia se ne è occupata poco. Il confine tra illegalità politica e criminale era labile e a guerra finita il vuoto lasciato da bande e capi è stato riempito da Chiesa e partiti cattolici. I libri di Vanzetto e Feltrin
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Il 25 Aprile e la Resistenza dei contadini in Veneto (che la storia ha studiato poco)
di Giorgio Sbrissa (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea)I partigiani nelle campagne avevano la forza e il comando ma la storia se ne è occupata poco. Il confine tra illegalità politica e criminale era labile e a guerra finita il vuoto lasciato da bande e capi è stato riempito da Chiesa e partiti cattolici. I libri di Vanzetto e Feltrin
Sono passati più di ottant’anni dalla fine dei venti mesi di Resistenza che ci hanno dato Repubblica e Costituzione difesa a furor di popolo un mese fa. Eppure la Resistenza resta divisiva, spesso denigrata quando non criminalizzata. Perché?
Un recente saggio su «Archivio Storico Cenedese», di Paolo Feltrin, che storico non è, bensì politologo, pone la questione, sulle orme di un breve saggio dello storico padovano e primo direttore Istresco (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea), Livio Vanzetto, L’eredità della Resistenza nel Veneto, uscito per Franco Angeli, e del più recente Rivolte di paese (Cierre edizioni).
Le Resistenze riconosciute nel Veneto sono tre: guerra di liberazione dai tedeschi, guerra civile contro i fascisti, guerra di classe (da parte delle brigate garibaldine). Tre lotte che per Feltrin (e Vanzetto) riguardarono le élite intellettuali, borghesi o socialcomuniste. Ma le brigate partigiane erano composte circa al75 per cento da contadini con licenza elementare, quando ce l’avevano. Nelle città del Veneto le bande partigiane erano quasi inesistenti per difficoltà mimetiche e operative. Questo 75 per cento di contadini, di cui i grandi storici poco si sono occupati, hanno compiuto la quarta Resistenza, quella per l’emancipazione delle loro comunità, o solo individuale, condita anche da violenze, non a caso Feltrin cita Claudio Pavone: «Il confine tra illegalità politica e illegalità criminale è comune a molti episodi della guerra partigiana».
La forza dei contadini
Il titolo del saggio di Feltrin spiega con un concetto crociano: a partire da due diari. Potere, forza, comando nei conflitti tra contadini e borghesia di paese (1943-48). Feltrin ricorda le uccisioni di Vittorio Silvio Premuda, comandante partigiano di Codognè, che partecipò alla riunione di Bavaria di Nervesa - primo evento resistenziale in Veneto - da parte di una banda partigiana rivale, e quella di Arrigo Bernardi (padre di Ulderico) che invece era un notabile fascista opitergino, ma che ha in comune con Premuda l’appartenenza all’élite.
Elite che cerca di esercitare il «comando», convinta di avere il «potere», non avendo però la «forza». «Forza» che nei venti mesi di Resistenza avevano le bande partigiane composte per la gran parte da contadini, che non l’avevano mai posseduta e che, avendo sempre vissuto ai limiti della sussistenza, sotto il patronage del notabile di turno, nobile o borghese, laico o clericale, che fosse, ora esercitavano il «comando».
Un momento rivoluzionario
È una cesura storica, «L’ancien regime, di cui la classe contadina è il baricentro, vede distruggere i suoi assetti economici, sociali e politici (di cui il patronage è un pilastro). Un momento rivoluzionario mai visto in queste terre», e che nulla ha a che fare con il comunismo. Anche perché non c’era scuola o motivazione politica, a spingere la maggioranza dei giovani alla clandestinità, ma la renitenza ai bandi Graziani, cui rispose solo il 10 per cento dei richiamati. A complicare il quadro le linee contrastanti sul modo di resistere: da una parte quello attendista per insorgere a fianco degli Alleati al loro arrivo; l’altro è quello delle bande di muovere azioni continue di guerriglia per fiaccare il nemico. Il secondo era preferito dagli Alleati, ma il primo preservava la popolazione da rappresaglie. Troppo comodo, ma contò a guerra finita.
Una società in guerra
Infine le frequenti aspre rivalità fra individui e bande partigiane, per gli ambiti geografici, i lanci alleati, le requisizioni necessarie per sopravvivere, che accrescevano la diffidenza delle popolazioni e l’estrema facilità nell’uso delle armi, a cui va aggiunta la consuetudine a commettere reati nelle campagne da parte delle classi povere aduse a lotte di confine fra famiglie, invidie per la «roba», litigiosità, furti campestri, tagli di piante per dispetto e gelosie, basti leggere Botte da orbi di Fabio Bortoluzzi, sui processi penali nella podesteria a fine ‘500. A metà ‘900 nulla era cambiato.
Il conflitto tra bande contadine e tra queste e le élite non va sottovalutato, «Biondo» Venezian, uno degli accusati della strage del Brandolini di Oderzo affermò: «Il nostro operare dava fastidio a qualche partigiano da salotto, agli opportunisti che ci criticavano perché non potevano dormire sui loro comodi letti». Sono sentimenti come questo che portano la banda dei Cacciatori di Pianura di «Tigre» e dello stesso Venezian a minacciare con le armi il comando del Cln di Oderzo che aveva firmato i salvacondotti per le brigate nere del Brandolini, affinché stracciassero l’accordo altrimenti sarebbero stati i primi a farne le spese.
Il cambio di regime (mancato)
Si era aperta una crepa negli equilibri politici durante i venti mesi di guerra civile. Si era aperta la porta per un cambio di regime sociale e politico. Perché non avvenne? Feltrin e Vanzetto offrono un’analisi politologica e una storica.
Per Feltrin fu possibile cambiare regime senza farlo davvero innanzitutto riconducendo il «comando» in capo al «potere» legittimato dal voto; poi riprendendo il controllo della «forza», attraverso la smilitarizzazione delle formazioni partigiane e il loro disarmo; terzo, la neutralizzazione delle forze ostili attraverso l’amnistia e il reinserimento a tutti gli effetti nella vita sociale e lavorativa dei funzionari del vecchio regime: prefetti, forze dell’ordine, magistrati, insegnanti, burocrati; infine, attraverso il «silenzio» onde non riaprire le ferite dolorose che avevano creato strappi nelle singole comunità.
La Chiesa e la politica cattolica
Feltrin mostra anche come i flussi elettorali non siano cambiati dal 1921-22, al 46-48, fino agli anni ’90. Per molta sinistra la causa furono i preti che avrebbero indottrinato le masse contadine orientandole verso la Dc. Forse, ma basta leggere la relazione di Palmiro Togliatti al congresso provinciale del Pci di Padova, nel luglio di 1947, con cui striglia i dirigenti locali che attribuiscono alle prediche in chiesa i successi democristiani: «Le prediche come i vostri comizi non spostano i voti delle masse. A farlo è il lavoro del prete durante la settimana, non ciò che dice, ma ciò che fa». Nel 1948 è chiaro a tutti i contadini (che sono ancora la stragrande maggioranza della popolazione dei paesi) chi siano i nuovi «patroni» cui affidare le proprie speranze di sopravvivenza, l’assistenza nel caso di bisogno, la lettera di raccomandazione, la pratica per emigrare, l’aiuto della cassa rurale per la semina o per l’acquisto di un cavallo, una mucca o un pezzo di terra in proprio. Qui sono arrivati primi la Chiesa e i democristiani. In Emilia e in Toscana i socialisti e i comunisti. Per dirla con Susan Berger, si dimostra la teoria dei «primi arrivati», oggi, 80 anni dopo, il voto ne dà ancora evidenza. Dice James Scott: «I contadini nel loro calcolo relazionale strategico possono affidare le loro sorti anche ai partiti di opposizione, rispetto ai ceti dominanti, ma a condizione che siano capaci di assisterli nella lotta per la soluzione dei loro problemi».
Ha vinto la conservazione
In fondo il Migliore dà forza anche a Vanzetto, che del patronage ha fatto la propria cifra di storico. A muovere l’universo contadino è la «paura». Di cosa? Di tutto: carestie, fame, furti, malattie, paura dei burocrati, dei padroni, della città. Il contadino si sente disarmato di fronte a tutto. E patrono è chi rispetta i patti e dà aiuto. E quando il patrono tradizionale viene a mancare la sua funzione ecco che subentra la rete di assistenza cattolica nel dopoguerra.
Chi ha vinto allora? La conservazione, osserva Vanzetto. Eppure c’erano stati dei capi partigiani che avrebbero potuto cambiare le cose: gli «uomini di confine», che provengono dal profondo delle comunità contadine, si sono emancipati per vari casi, ma tornano in seno alla loro comunità e vi esercitano il patronage. Molti giovani partigiani sono convinti che grazie alla lotta e al capo, a guerra finita avranno dei vantaggi. Un lavoro da autista del capo, da guardia, da operaio, qualunque cosa per lasciare la miseria del mezzadro. Una di queste figura di confine è Primo Visentin «Masaccio». Ma muore gli ultimi giorni di guerra a Loria. Come lui Toni Adami a Valdobbiadene, Edoardo de Bortoli «Carducci» nel Feltrino; Luciano del Cero «Paolo» nel Veronese; Giacomo Chilesotti «Nettuno», Giovanni Carli «Ottaviano» e Attilio Andreetto «Sergio» nel Vicentino; Pietro Maset «Maso» in val Cellina. Sarebbero bastati a cambiare il corso della storia successiva? Probabilmente no, ma avremmo avuto una diversa dialettica politica oltre il manicheismo bianco/rosso e forse sulla Resistenza non sarebbe calato il silenzio, l’avversione e la condanna popolare.
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23 aprile 2026 ( modifica il 23 aprile 2026 | 09:48)
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