Ma i nodi sono debito e crescita
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Ma i nodi sono debito e crescita

Mercoledì 22 aprile 2026
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La procedura Ue. Il problema non è il deficit ma sono il debito e la mancanza di riforme strutturali che aiutino la crescita. Meno incertezze e più fiducia

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Ma i nodi sono debito e crescita

Francesco Giavazzi | 22 aprile 2026

La procedura Ue. Il problema non è il deficit ma sono il debito e la mancanza di riforme strutturali che aiutino la crescita. Meno incertezze e più fiducia

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Per via di un deficit pubblico che lo scorso anno è risultato leggermente superiore al 3% del Pil, l’Italia rimarrà anche nel 2026 «sorvegliata speciale» in Europa. Non siamo i soli: sono 10 su 27 i Paesi dell’Ue oggi sotto sorveglianza. Ma che significa? Un tempo, fino allo scorso anno quando le regole fiscali europee furono cambiate, un deficit superiore al 3% obbligava un Paese a ridurlo, alzando le tasse, o tagliando le spese. Imponendo politiche di austerità proprio quando l’economia non cresce, quelle regole amplificavano le recessioni.

Dallo scorso anno l’insieme di regole fiscali che i Paesi europei devono soddisfare, il cosiddetto patto di Stabilità, è cambiato radicalmente. Innanzitutto perché quello che conta non è il deficit, cioè la differenza fra spese ed entrate fiscali, ma solo la spesa: ciascun Paese si impegna ad un sentiero di spesa, e su questo viene valutato. Poi può accadere che, a causa di una recessione, le entrate calino e il deficit quindi aumenti. Ma se quel deficit è solo colpa di una recessione che ha ridotto le entrate, mentre le spese sono rimaste sulla traiettoria prevista, non c’è alcuna infrazione e quel deficit non deve essere corretto. Se invece è colpa di una spesa pubblica cresciuta più del previsto, il Paese è tenuto a ridurla: non immediatamente, come accadeva in passato, ma sull’arco di alcuni anni.

Il deficit italiano dello scorso anno (3,1 anziché 3 per cento) è colpa sì di un aumento delle spese, ma non spese del 2025, bensì spese di anni precedenti, contabilizzate solo nel 2025: si tratta per lo più di ritardati pagamenti di super bonus edilizi. Che questo costituisca una violazione delle regole è discutibile, ma così ha deciso la Commissione europea. E comunque, non essendoci stato alcun aumento imprevisto delle spese, quel deficit, che scomparirà l’anno prossimo, non deve essere tagliato. Insomma, parliamo di questioni contabili, non economiche, che non dovrebbero influire sull’andamento dell’economia.

Un’osservazione però può essere fatta: il ministero dell’Economia avrebbe dovuto far meglio i conti e inserire quelle spese nelle previsioni per il 2025. Oppure, se non erano capaci di prevederle, avrebbe quanto meno dovuto lasciare un po’ di spazio nel bilancio programmando un deficit leggermente inferiore al 3 per cento. Ancora, questioni contabili, non economiche. È per simili motivi che altri 9 Paesi, oltre all’Italia, non sembrano preoccuparsi di essere in procedura di infrazione.

Tutto bene quindi? No, perché questo dibattito sposta l’attenzione dai due veri problemi. Il primo è il debito, più del deficit. E questo è un problema complicato. Un debito elevato non è di per sé particolarmente grave: il Giappone ha un rapporto debito-Pil del 250 per cento, quasi il doppio dell’Italia, e pure la sua economia è relativamente stabile. Il rischio è che i mercati perdano la fiducia chiedendo rendimenti più elevati per acquistare i titoli pubblici di un Paese ad alto debito, o addirittura che, preoccupati di non essere rimborsati, smettano di acquistarli dando il via ad una crisi finanziaria. Il problema vero è la credibilità, non la contabilità.

Che fare per divenire più credibili? Il livello del nostro debito dipende in larga parte dalla spesa pensionistica, e questa si riduce non tagliando le pensioni dei pensionati, che non è né giusto, né possibile, ma riducendo il numero dei pensionati, cioè ritardando l’età della pensione o, meglio ancora, adeguandola all’aumento dell’aspettativa di vita. Il ministro Giorgetti ha cercato di farlo, ma poi si è arreso al segretario del suo partito (Salvini): la credibilità del governo ne ha risentito.
Lo stesso è accaduto con le regole incerte per gli ammortamenti anticipati degli investimenti delle imprese: cambiate in corsa, quando le imprese avevano già deciso i loro investimenti, e poi di nuovo ritrattandole. Il continuo modificarsi, l’attesa per i decreti attuativi, tutto ha contribuito a creare un clima di incertezza che spinge a rallentare la spesa privata sia sul fronte dei consumi che su quello degli investimenti. E arriviamo al secondo vero problema che è la crescita.

Una crescita di pochi decimali rallenta le entrate sul fronte fiscale, impedisce a quella curva di orientarsi verso la discesa nel rapporto tra debito e prodotto interno lordo. Impostare politiche orientate alla crescita, cosa che non deve tradursi in bonus quanto in provvedimenti mirati ad agevolare lo sviluppo, è doveroso. Non è agevole per nessun Paese, come stiamo vedendo, reagire in modo facile a choc come quelli che stiamo vivendo derivati da crisi geopolitiche. Ma rischiamo di pagarne costi più alti se non mettiamo strutturalmente il Paese in grado di crescere. Come stiamo vedendo, purtroppo, sul fronte dell’energia.

22 aprile 2026

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