La sinologa Giada Messetti e il memoir del terremoto in Friuli: «Io sono figlia del sisma»
A 50 anni dalla tragedia del 1976 che spazzò via mille vite, il libro per non dimenticare. Ricordi e testimonianze
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La sinologa Giada Messetti e il memoir del terremoto in Friuli: «Io sono figlia del sisma»
di Francesa VisentinA 50 anni dalla tragedia del 1976 che spazzò via mille vite, il libro per non dimenticare. Ricordi e testimonianze
«Cinquantanove secondi in cui manca la terra sotto i piedi e tutto trema con tale forza da scaraventarti di nuovo al suolo se provi ad alzarti e a scappare. Il 6 maggio 1976 bastarono cinquantanove secondi di un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter per portare via per sempre 990 vite, ferire 2607 persone, sconvolgere un’area di 900 chilometri quadrati in Friuli, ridurre 100mila persone allo stato di sfollati, radere al suolo 17mila case...».
Il memoir della sinologa friulana Giada Messetti Quando tornano le rondini (Mondadori), cinquant’anni dopo quel sisma, rende omaggio alle vittime e alle persone sopravvissute, raccontando, anche con testimonianze reali, i giorni che hanno ferito a morte il Friuli e ciò che ne è seguito. Tra saggio e romanzo, intrecciando i suoi ricordi personali, Giada Messetti, che da bambina ha vissuto nelle baracche durante la ricostruzione, porta tra le pagine una storia famigliare e collettiva. «Sono venuta al mondo nel 1981, cinque anni dopo quel tragico evento - scrive l’autrice - , ma quanto è accaduto nel 1976 segna l’inizio della mia storia e fa inevitabilmente parte di me. Mio padre Augusto, lombardo-veneto e mia madre Mila senza il sisma che devastò il Friuli non si sarebbero mai incontrati e innamorati. Non ho vissuto il trauma in prima persona, ma l’ho respirato in ogni istante della mia infanzia e durante l’adolescenza, come tutti i coetanei nati e cresciuti nelle aree distrutte dall’Orcolat. I primi due anni di vita li ho trascorsi in un prefabbricato...».
Il libro sarà presentato il 5 giugno a Gemona con Massimo Cirri.
Protagonista della storia di Quando tornano le rondini è proprio la mamma di Giada Messetti, Mila, che si salva con la famiglia, ma la loro casa scompare distrutta dal sisma. Vivono nelle baracche prefabbricate, dove incontra Augusto, volontario arrivato per aiutare e se ne innamora. Lui diventerà il papà di Giada. Dopo anni nei prefabbricati, la ricostruzione del post terremoto per Messetti e la famiglia ha significato tornare a vivere in una vera casa. «Quando avevo tre anni la nostra casa - racconta nel libro - era una delle poche del centro storico di Gemona del Friuli a essere stata già ricostruita. Nell’estate del 1983 eravamo stati tra le prime famiglie a rientrare in un’abitazione in via XX Settembre: una strada che, il 6 maggio di sette anni prima, era stata completamente cancellata dalla carta geografica... La casa in via XX Settembre è stata tirata su esattamente nello stesso punto in cui si trovava quella distrutta dal terremoto di mio nonno Guido. Dalla terrazza è possibile vedere la bassa gemonese e il colle del castello con la grande gru: sentinella immobile, da decenni involontario monito e memoria di ciò che è accaduto nel 1976».
Giada Messetti perché solo ora, dopo tanti anni, ha sentito l’esigenza di raccontare il terremoto del Friuli?
«Sono cresciuta a Gemona e faccio parte di quella generazione diventata grande tra macerie e cantieri, durante la ricostruzione. Per due anni ho vissuto in una baracca e ho sempre sentito parlare del terremoto con paura. Mi considero “figlia del terremoto”, i miei genitori si sono conosciuti perché mio padre faceva servizio civile tra le baracche, proprio come i protagonisti del mio libro».
I suoi genitori come le hanno raccontato il terremoto?
«Mia madre con noi figli non parlava del terremoto. Me l’hanno raccontato i miei nonni. Crescendo ho capito che il dramma del Friuli, quel terremoto, è qualcosa che ho dentro, una parte di me. Per questo ho deciso di raccontarlo a chi a quel tempo non c’era (per chi ha meno di 50 anni è qualcosa di completamente sconosciuto). Ma ho scritto il libro anche per chi l’ha vissuto. E tra le tante persone che hanno passato anni nelle baracche, c’è un ricordo bello di una grande solidarietà reciproca».
Un ricordo forte di quegli anni, ancora impresso, narrato anche nel libro?
«Il freddo patito in quegli anni non mi è rimasto soltanto nella memoria, si è radicato nel corpo. Senza uno straccio di prova scientifica, ho maturato la convinzione che il mio essere freddolosa anche quando fuori ci sono venticinque gradi, derivi da quel tempo trascorso all’interno di una baracca... Gli asili, le scuole elementari e medie che noi figli del terremoto abbiamo frequentato erano e in parte sono ancora all’interno di grandi strutture prefabbricate rosse, tutte uguali: fredde d’inverno e bollenti d’estate. Quando correvamo sulle scale, tremava l’intero edificio».
Per una sinologa come lei, nota per i molti saggi scritti sulla Cina, com’è stato affrontare un memoir?
«È un libro che avevo dentro. Sono uscita dalla mia comfort zone cinese e ho deciso di scriverlo, anche come omaggio a mia mamma, la mia famiglia, il mio paese».
Come definirebbe questo libro?
«È un saggio narrativo. Un libro di vita e di resilienza, non di morte, che guarda al futuro».
Perché ha scelto di studiare cinese e diventare sinologa?
«Sono innamorata della lingua cinese. E quando sono stata in Cina ho deciso di raccontarla. Da lì sono nati i saggi, ma anche uno spettacolo teatrale e una trasmissione televisiva. Il metodo e lo spirito con cui narro la Cina l’ho applicato anche nel libro sul terremoto».
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