Storia semisconosciuta di Orson Welles nel basso Piemonte. Il macchinone, Ubaldo Arata e il fatale film su «Cagliostro»
Il grande regista, esule dagli Usa, raggiunse Cremolino, nel Monferrato, per supplicare il direttore della fotografia di «Roma città aperta» a lavorare con lui. Dopo tanta insistenza accettò, ma finì male
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Storia semisconosciuta di Orson Welles nel basso Piemonte. Il macchinone, Ubaldo Arata e il fatale film su «Cagliostro»
di Gabriele FerrarisIl grande regista, esule dagli Usa, raggiunse Cremolino, nel Monferrato, per supplicare il direttore della fotografia di «Roma città aperta» a lavorare con lui. Dopo tanta insistenza accettò, ma finì male
È una piccola storia, quella di Orson Welles sull’Appennino. Storia dell’incontro, in un paesino del basso Piemonte, fra un genio totale del cinema e l’uomo che per amore del cinema si giocò la vita. Non è una storia inedita, tutt’altro. Ignorata da molti, sì: però gli esperti la conoscono, ci sono libri che la raccontano, s’è vista pure in un documentario al Glocal Film Festival. Ma, proprio in quanto storia «glocal», spiace che non sia ricordata nella splendida mostra su Orson Welles alla Mole Antonelliana. Mostra firmata dalla Cinémathèque Française: tuttavia, per la versione torinese il Museo del Cinema ci ha messo lodevolmente del suo, attingendo dalle proprie collezioni.
Il film in produzione
Dunque, in un allestimento che non manca di citare il sodalizio di Welles con il compositore piemontese Angelo Francesco Lavagnino, nativo di Gavi, ci stava anche un cenno a quel giorno d’estate del 1947 quando a Cremolino — un pugno di case abbarbicate attorno al vecchio castello, vista su Ovada e già in sentore di Liguria — arriva uno scintillante macchinone americano. Stupore fra gli scarsi passanti: di automobili così, da quelle parti, non se ne vedono spesso. Anzi, mai. Il macchinone si ferma e ne scende un imponente Orson Welles col sigaro tra i denti. Con lui c’è il produttore Franco Magli della casa cinematografica romana Scalera.
La Scalera prepara un film, Cagliostro, il cui interprete principale sarà Orson Welles. Lui, esule dagli States che non gli vogliono più bene, ha accettato l’ingaggio. Per soldi, ma senza grande entusiasmo: «Quando sono andato a Roma per “Cagliostro” — ricorderà anni dopo — ho fatto furore per una settimana con tutti gli intellettuali su piazza, dopodiché non sono stato più nessuno perché vivevo lì». In effetti alla Mole è esposta una foto che ritrae Welles al Caffè Greco circondato dai massimi intellettuali italiani del dopoguerra: foto evidentemente scattata prima che pure Orson Welles sperimentasse, con largo anticipo sul racconto di Flaiano, l’ineluttabile effetto «marziano a Roma».
Arata o nulla
Ma torniamo a Cremolino. Nel 1947, eccezion fatta per gli intellettuali, Welles in Italia lo conoscono in pochi: Quarto potere da noi arriverà soltanto nel ‘48 (e sarà un mezzo flop). Quel giorno d’estate la curiosità dei buoni cremolinesi è quindi riservata al macchinone americano più che ai due viaggiatori. I quali non sono qui per turismo. Sono qui perché il produttore ha un problema: Orson Welles, già malmostoso di suo, pretende che il direttore della fotografia di «Cagliostro» sia Ubaldo Arata, che si gode la villeggiatura nella sua casa di Cremolino.
«Rossellini, un dilettante»
Arata è il top tra i direttori della fotografia italiani: nato a Ovada nel 1895, a 52 anni è al culmine di una carriera iniziata nella Hollywood sul Po torinese con i maggiori registi dell’epoca, da Roberto Roberti (nome d’arte di Vincenzo Leone, il padre di Sergio) ad Augusto Genina; e proseguita a Roma lavorando a blockbusters vintage quali Scipione l’Africano e Luciano Serra pilota. Nel 1945 è stato il direttore della fotografia di Roma città aperta, il capolavoro neorealista di Rossellini che ha elevato pure Arata, nel suo ambito, allo status di star internazionale. Orson Welles ammira Arata ben più di quanto non ammiri Rossellini, che definirà impietosamente «un dilettante i cui film provano semplicemente che gli italiani sono attori nati, in Italia basta prendere una cinepresa e metterci delle persone davanti per far credere che si è registi».
La «supplica»
Su Arata, Welles s’è impuntato: è venuto apposta da Roma a Cremolino per conoscerlo, e per chiedergli di lavorare con lui. Se rifiutasse, l’intero progetto di Cagliostro rischierebbe d’andare a monte. Quindi per il produttore Magli è vitale convincere il recalcitrante direttore della fotografia. Arata è lusingato dall’offerta — Orson Welles è Orson Welles, e la paga è ottima — ma tentenna, per lui è un periodaccio, soffre di nefrite, è molto stanco, ha bisogno di un lungo periodo di riposo per rimettersi in forze. Anche sua moglie si oppone, preoccupata per la precaria salute del marito provata dalle fatiche di otto film in meno di due anni. Alla fine, però, Arata cede alle insistenze (e alle suppliche in ginocchio, secondo alcune versioni) del produttore che, rasserenato, risale sul macchinone e se ne torna con Welles a Roma.
Il malore
Le riprese di Cagliostro a Cinecittà cominciano in autunno: i tempi di lavorazione sono stretti, i ritmi si fanno insostenibili per il già debilitato di Arata che è colto da un malore sul set. Portato d’urgenza all’ospedale, muore il 7 dicembre del 1947. Le riprese proseguono, la direzione della fotografia è affidata ad Anchise Bruzzi. Il film arriva nei cinema nel 1949, con mediocre successo.
E questa è tutta la storia di Orson Welles sull’Appennino.
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22 aprile 2026
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