Minaccia, incutere agli altri il timore del male
Corriere della Sera - Cultura

Minaccia, incutere agli altri il timore del male

Martedì 21 aprile 2026
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Una aggressione fisica e morale per imporsi con violenza. Nel nostro codice penale è uno specifico reato

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Minaccia, incutere agli altri il timore del male

di Paolo Fallai

Una aggressione fisica e morale per imporsi con violenza. Nel nostro codice penale è uno specifico reato

Illustrazione di Doriano Solinas

La minaccia consiste nella prospettazione di un danno ingiusto e notevole. È una aggressione fisica e morale che vuole costringere il minacciato a comportarsi secondo gli ordini di chi la pronuncia. Possiamo dire che è sempre esistita, fin da quando la forza è stata considerata l’unica regola. L’umanità ha cercato di evolvere la civiltà con regole e leggi che tutelano la libertà morale e la tranquillità individuale. E che sono costantemente minacciate dai violenti.

Una origine complessa. La parola "minaccia" deriva dal latino minaciae, che a sua volta nasce da minax -acis ("minaccioso"), derivato dal verbo minari ("minacciare" o "sporgersi"), indicando originariamente un pericolo imminente o un'intimidazione. Il termine implica l'annuncio di un male futuro per incutere timore. Tutto ruota intorno al significato complesso di minari.

Cosa nasconde quella sporgenza. Nel lavoro difficile e spesso molto lungo che i linguisti affrontano per cercare di spiegarci l’origine delle parole, ci prospettano l’esistenza di radici linguistiche, parti fondamentali delle parole che ne contengono il significato di base. Nel caso di minaccia e del latino minari, alcuni studi hanno individuato una radice men (evoluta in min per eufonia, un accostamento di suoni gradevole all’orecchio) che contiene il significato di sporgere. E in effetti la minaccia sporge, nel senso che si allontana dalla convivenza civile per introdurre una intimidazione. E a proposito di sporgenze, quella radice sembra essere all’origine anche della parola mento, sempre di una sporgenza (del nostro viso) si tratta.

È anche un reato. Il reato di minaccia (art. 612 del codice penale) punisce chiunque prospetti ad altri un danno ingiusto, intaccandone la libertà morale. È un reato procedibile a querela di parte, con multa fino a 1.032 euro. La pena aumenta se la minaccia è grave, ad esempio se fatta con armi, e si procede d'ufficio. Questo il testo: “Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro. Se la minaccia è grave o è fatta in uno dei modi indicati nell'articolo 339, la pena è della reclusione fino a un anno.Si procede d’ufficio se la minaccia è fatta in uno dei modi indicati nell'articolo 339, ovvero se la minaccia è grave e ricorrono circostanze aggravanti ad effetto speciale diverse dalla recidiva, ovvero se la persona offesa è incapace, per età o per infermità”.

C’è un equivoco da queste parti. Come abbiamo visto è centrale nella nostra ricerca delle origini di minaccia, il verbo latino minari (minacciare). In italiano ci ha regalato uno dei verbi più equivocati della nostra lingua: comminare. Letteralmente significa prevedere una sanzione o una pena per chi infrange la legge. Nel linguaggio corrente (anche giuridico) è passato invece il significato di infliggere una pena. Se n’è occupata anche l’Accademia della Crusca nel 2017 con la linguista Bice Mortara Garavelli, che scrive: “Si tratta di un'estensione del significato originario di comminare (dal latino comminari "minacciare") in un'accezione non registrata nella maggior parte dei dizionari dell'uso, da alcuni bollata esplicitamente come impropria («la legge commina e il tribunale infligge», scriveva Aldo Gabrielli, precisando poi che il giudice «non commina, non minaccia la pena ma la applica in base a quanto stabilisce il codice, la dà, la infligge, l'assegna, o anche, con un latinismo proprio del linguaggio curialesco, la irroga»)”.

Dante e i politici corrotti. Troviamo spesso delle minacce nell’ambiente violento dell’Inferno descritto da Dante Alighieri. Una delle situazioni più note si trova nel canto XXI, dove si trovano i barattieri, sono i politici colpevoli di aver usato le cariche pubbliche per arricchirsi. Sono immersi nella pece bollente e sorvegliati dai Malebranche, demoni alati che straziano chiunque tenti di uscire dalla pece, e minacciano Dante e Virgilio durante tutto il loro passaggio.

La più famosa minaccia letteraria
Lo spavento di que’ visacci e di quelle parolacce, la minaccia d’un signore noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch’era costato tant’anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di Don Abbondio. Questo passaggio descrive perfettamente lo stato d'animo di Don Abbondio subito dopo l'incontro con i Bravi nel primo capitolo de «I Promessi Sposi». Manzoni usa queste righe per mostrarci il crollo del mondo del curato: la sua filosofia del "quieto vivere", costruita in una vita intera, viene distrutta in pochi istanti dalla paura viscerale della morte e dalla prepotenza di Don Rodrigo. È il momento in cui il povero prete realizza che non può più rimanere neutrale tra il "martello" del potente e l'incudine del suo dovere.

21 aprile 2026

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