Come uscire dal ricatto dell'energia fossile
Non possiamo parlare dello Stretto di Hormuz senza parlare di energie rinnovabili: ce lo chiedeno i dati scientifici
Come uscire dal ricatto dell'energia fossile
Antonello Pasini e Stefano Caserini | 21 aprile 2026Non possiamo parlare dello Stretto di Hormuz senza parlare di energie rinnovabili: ce lo chiedeno i dati scientifici
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Approfittando dell’ospitalità del Corriere della Sera, come scienziati di clima e ambiente vogliamo intervenire nel dibattito pubblico sulla crisi energetica, che ci sembra mancare di una parte importante.
In questo momento le preoccupazioni di tutti vanno al desiderio di avere garantiti petrolio e gas, per evitare una disastrosa inflazione diffusa e la riduzione di servizi importanti, come per esempio i voli aerei, e assistiamo a una corsa affannosa verso paesi alternativi da cui rifornirsi.
Ma è proprio in questa emergenza che dovremmo vedere chiaramente una delle due ragioni per cui abbiamo bisogno di energie alternative al petrolio e al gas: ovvero che sono appunto posseduti solo da alcuni Paesi del mondo, e che dipendiamo da ogni problema che può nascere in quelle. Non è un caso, del resto, che le guerre più devastanti dei nostri tempi, a cominciare dal conflitto in Medio Oriente, trovino nei giacimenti di petrolio e gas uno dei loro detonatori più profondi: ogni barile di greggio che consumiamo spesso alimenta le economie di regimi che usano quelle risorse anche per finanziare l’instabilità e la guerra. Se puntassimo sulle rinnovabili, come mostrano numerosi studi scientifici, avremmo molta più sicurezza energetica. Una condizione mai conosciuta dall’Europa e fondamentale per il suo benessere, la sua forza e la sua autonomia. E avremmo anche meno tensioni geopolitiche.
Ma come scienziati dobbiamo ricordare anche l’altra ragione per cui è fondamentale puntare su energie alternative: ovvero che l’uso di petrolio e gas, oltre che del carbone, ha conseguenze disastrose sul sistema Terra che sostiene la civiltà umana. È un paradosso crudele, ma le fonti di energia che hanno permesso all’umanità la rivoluzione industriale, e un benessere e una salute più diffusi, ora per questo benessere e per questa salute sono diventati un pericolo.
È successo infatti che ne abbiamo consumate e ne stiamo consumando quantità inimmaginabili, immettendo in atmosfera i prodotti di combustione di petrolio, gas e carbone (circa 37 miliardi di tonnellate annue[1], oltre 1.650 miliardi di tonnellate storiche[2]): questo ormai causa oltre 5 milioni di morti ogni anno[3], e arriva ad alterare il clima stabile e propizio degli ultimi dodicimila anni. Proprio da quella improvvisa stabilità, infatti, dalla regolarità osservabile delle fioriture e delle maturazioni, i nostri antenati hanno potuto iniziare a coltivare le piante, dando vita alla rivoluzione agricola che ha permesso, con la ricchezza dei suoi raccolti, di uscire da un'economia di sussistenza e di far nascere le prime civiltà umane, dando il via alla nostra Storia.
Oggi il clima alterato sta avendo invece formidabili ripercussioni sulla nostra economia: si stima che, se non si esce rapidamente dalle fonti fossili, potremo avere perdite fino al 10% del PIL globale entro fine secolo[4], una cifra che supera di gran lunga il costo della transizione energetica. Questo senza considerare i danni cui non riusciamo a dare un equivalente economico, proprio per il venire meno del sistema Terra che è stato ed è alla base dell’economia: la desertificazione e gli eventi estremi, come incendi, alluvioni e uragani, portano a una riduzione permanente delle terre coltivabili (fino al 20%[5]) e a una migrazione, dalle regioni calde alle nostre latitudini, di agenti vettori di malattie tropicali e soprattutto di milioni di rifugiati climatici. L’aumento della temperatura di mari e oceani e la fusione dei ghiacci conducono all’innalzamento del livello dei mari, con il rischio reale di avere inondazioni in città costiere dove vivono il 10 % degli esseri umani[6] e il 30% degli italiani[7].
Uscire dalle fonti fossili è complesso ma possibile: significa affrontare politiche pubbliche che permettano ai cittadini di sostenere i costi per isolare le proprie abitazioni riducendo i consumi energetici, e di elettrificare i propri mezzi di trasporto e i propri sistemi di riscaldamento e di raffrescamento; significa spingere e indurre grandi multinazionali e interi paesi a cambiare modello economico, e sappiamo bene il peso politico delle une e degli altri; significa superare le umane resistenze al cambiamento di molte persone, che si traducono a volte in resistenze di interi gruppi politici, che di fatto portano avanti, al momento, posizioni antiscientifiche.
Ma le energie rinnovabili sono da qualche anno anche le fonti energetiche più economiche: secondo l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), nel 2024 l’eolico onshore costa il 53% in meno rispetto ai combustibili fossili più competitivi, il fotovoltaico il 41% in meno, e il 91% dei nuovi impianti rinnovabili installati nel mondo è già più conveniente di qualsiasi alternativa fossile[8]. E il momento attuale – in cui assistiamo all’ennesima guerra che brucia vite umane anche per il controllo di risorse energetiche fossili, e che ci ricorda ogni giorno quanto sia pericolosa la nostra dipendenza dalle regioni che le possiedono – è quello giusto per avviare una grande transizione energetica. Nonché per avviare un dibattito pubblico sulle sue modalità, che i cittadini devono poter conoscere e discutere.
La responsabilità di far nascere questo dibattito è anche dei media: non si può parlare di energia fossile senza parlare della necessità di sostituirla e delle modalità con cui ciò può avvenire. Parlare di Hormuz deve accompagnarsi al parlare di pale eoliche, di pannelli solari, di energie alternative, le uniche che possano garantirci un futuro prospero e di pace.
* Antonello Pasini, CNR-IIA di Roma, Stefano Caserini, Università di Parma. Entrambi fanno parte del Comitato scientifico “La Scienza al Voto”, Pasini ne è il coordinatore
NOTE:
[1]IEA / Global Carbon Project (2023). CO2 Emissions in 2023. https://www.iea.org/reports/co2-emissions-in-2023/executive-summary
[2]Our World in Data / Global Carbon Project (2024). https://ourworldindata.org/co2-emissions
[3]Lelieveld et al. (2023). Air pollution deaths attributable to fossil fuels: observational and modelling study, British Medical Journal. https://doi.org/10.1136/bmj-2023-077784
[4]Waidelich P. et al. (2024). Climate damage projections beyond annual temperature, Nature Climate Change https://www.nature.com/articles/s41558-024-01990-8
[5]IPCC AR6 Synthesis Report (2023)
[6]CMEMS / WMO (2023). Copernicus Marine Service. Circa 900 milioni di persone (10% della popolazione mondiale) vivono in zone costiere a bassa quota a rischio innalzamento dei mari. https://marine.copernicus.eu/it/ocean-climate-portal/sea-level
[7]ISPRA / ISTAT. I comuni costieri italiani ospitano il 30% della popolazione nazionale (~16,9 milioni di abitanti). https://annuario.isprambiente.it/ada/downreport/html/4940
[8]IRENA (2025). Renewable Power Generation Costs in 2024. https://www.irena.org/News/pressreleases/2025/Jul/91-Percent-of-New-Renewable-Projects-Now-Cheaper-Than-Fossil-Fuels-Alternatives-IT
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