Leo Gassmann: «Bisogna accendere una luce contro gli abusi da ignoranza e rabbia repressa, andare oltre le barriere che la società ci impone»
Corriere della Sera - Cultura

Leo Gassmann: «Bisogna accendere una luce contro gli abusi da ignoranza e rabbia repressa, andare oltre le barriere che la società ci impone»

Martedì 21 aprile 2026
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Il cantante e attore ospite del Lovers Film Festival a Torino: «L’affermazione dei diritti è un processo ancora in atto, temo che l’Italia sia un po’ indietro rispetto a Paesi come Francia, Spagna e Inghilterra»

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Leo Gassmann: «Bisogna accendere una luce contro gli abusi da ignoranza e rabbia repressa, andare oltre le barriere che la società ci impone»

di Fabrizio Dividi

Il cantante e attore ospite del Lovers Film Festival a Torino: «L’affermazione dei diritti è un processo ancora in atto, temo che l’Italia sia un po’ indietro rispetto a Paesi come Francia, Spagna e Inghilterra»

«Bello essere al Lovers, festival che cerca di andare oltre le barriere che la società ci impone». Prima di accendere il Cinema Massimo con Oltre e Girasole , e dopo un improvvisato flashmob a Palazzo Nuovo con un centinaio di fan «radunati all’ultimo con i social», Leo Gassmann si racconta con simpatia e trasparenza. «È importante stare dalla parte di chi accende una luce su problematiche che non sempre sono in primo piano: è quel che cerco di fare anche io con la musica, perché credo che sia un rimedio per limitare abusi da ignoranza e rabbia repressa».

L’aggressione dell’attivista del Torino Pride dimostra quanta strada c’è ancora da fare?
«L’affermazione dei diritti è un processo ancora in atto, e temo che l’Italia sia ancora un po’ indietro rispetto a Paesi come Francia, Spagna e Inghilterra. Ma questo fatto è ancor più allucinante perché viene da ragazzi giovanissimi. Racconta di una generazione in parte abbandonata a se stessa, vittima d’un sistema in cui va avanti chi la spara più grossa».

Impegno: come lo esprime nella vita pubblica e in quella privata?
«Credo di essere coerente in entrambe. Ho una responsabilità mediatica, ne sono consapevole, e cerco di essere il più trasparente possibile nei miei valori. L’ho fatto in arte, scegliendo di conservare un cognome importante e senza nascondermi; e nel quotidiano, quando mi capita di aiutare le persone che incontro e che magari hanno bisogno anche solo di vicinanza ed empatia. Ma, per favore, non scrivete che sono perfetto: anche io di cavolate ne faccio pure troppe».

Parliamo di musica?
«Con Vita vera Paradiso , il 6 maggio sarò all’Hiroshima. È il mio primo progetto “maturo” e non vedo l’ora di condividerlo. Parla di amore, e rivalsa, ma anche di buio e bufere interiori».

Lei nasce musicalmente con X-Factor: ha mai riflettuto su quanto ha rischiato?
«Oggi me ne rendo conto, ma mi piace troppo rischiare. Il rischio mi responsabilizza e, talvolta, mi fa sbagliare, ma anche crescere e imparare. Lo penso sinceramente, forse perché non ritengo di essere nato con un talento speciale, ma di lavorare continuamente per migliorarmi. Insomma, è il mio carattere: mi lancio sempre nel vuoto, come quando ho interpretato Franco Califano, salvo poi capire che se avessi sbagliato quel ruolo non me lo avrebbero mai perdonato».

Domanda secca: cantante o attore?
«Ovviamente entrambi, ma in maniera diversa. Nella musica cerco sempre di esprimere il mio carattere più gioioso e con valori propositivi. Il cinema, però, mi attira perché posso permettermi di “essere” un’anima dannata. Per fortuna, nella realtà, posso alternare le due attività senza pormi troppi problemi».

Il teatro, altra passione?
«A dicembre sono stato al Teatro Gioiello di Torino con Ubi Maior . In una tournée di due mesi a recitare con mia mamma (Sabrina Knaflitz, ndr ), non solo sono maturato come attore, ma ho anche colto l’occasione per stare vicino a lei più di quel singolo pranzo a settimana. È stato come chiudere un cerchio per me, cresciuto con i miei nei teatri di tutta Italia».

Cosa le piace del cinema contemporaneo?
«Gli attori che preferisco sono quelli bravi a esprimere la loro umanità. Come Robin Williams, di cui amo L’uomo Bicentenario ; e Brendan Fraser che con Rental Family e The Whale mi ha colpito nel profondo. L’Italia? Ha grandi potenzialità, ma bisognerebbe puntare su progetti di respiro internazionale. Amo registi come Sorrentino, Garrone, D’Innocenzo; e tra gli attori mi piace Favino per il suo trasformismo. Ah, dimenticavo (ride, ndr) mi piace anche mio papà».

Di mamma e papà abbiamo parlato: e di suo nonno Vittorio, cosa le rimane?
«Avevo poco più di un anno quando morì, ma mi sembra di conoscerlo da sempre. Forse perché tutti quelli che mi incontrano, mi parlano di lui: anche al supermercato».

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21 aprile 2026

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