Torino Jazz Festival, la storia choc dei musicisti nei lager. Moni Ovadia racconta Der Ghetto Swingers: «Suonavano mentre morivano»
Un concerto per non dimenticare: Moni Ovadia porta al Torino Jazz Festival la storia dei jazzisti nei campi nazisti, simbolo della forza dell’arte contro la barbarie
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Torino Jazz Festival, la storia choc dei musicisti nei lager. Moni Ovadia racconta Der Ghetto Swingers: «Suonavano mentre morivano»
di Luca CastelliUn concerto per non dimenticare: Moni Ovadia porta al Torino Jazz Festival la storia dei jazzisti nei campi nazisti, simbolo della forza dell’arte contro la barbarie
La coincidenza del Torino Jazz Festival con il 25 aprile e il 1° maggio si presta sempre a interessanti intrecci tra musica, storia e cultura. Non fa eccezione l’edizione che si aprirà ufficialmente sabato, giorno della Festa della Liberazione, con il concerto al Conservatorio che Moni Ovadia e i giovani jazzisti torinesi del Kassiber Ensemble dedicheranno ai Der Ghetto Swingers, una big band che suonò nel campo di concentramento nazista di Terezin, vicino a Praga.
«È una storia che nasce da una tragica mascherata», racconta Ovadia. «I nazisti volevano che il campo, ribattezzato Theresienstadt, sembrasse un posto dove non si stava poi così male, con tanta libertà tra concerti, teatro, cinema, partite a pallone. In occasione di una visita della Croce Rossa girarono anche un film di propaganda, Il Führer regala agli ebrei una città. Tra gli artisti vi era questa orchestrina di jazzisti ebrei, formata da bravissimi musicisti cecoslovacchi e di altri paesi europei. In seguito furono tutti deportati ad Auschwitz e solo in pochi sopravvissero».
Voi suonerete la loro musica?
«Sì, con una band di ragazzi giovani e appassionati. La ricerca storica l’ha fatta Lodovico Berto, che ha davvero il fuoco dentro ed è un vibrafonista eccezionale. Io mi alternerò con loro, raccontando la storia e cantando un paio di brani: Lady Be Good e Bei mir bistu shein, che in America fu reso popolare dalle Andrew Sisters e rifarò nella versione originale yiddish».
Qual è il messaggio più importante dello spettacolo?
«Che la passione musicale e artistica riesce a resistere anche in un contesto così agghiacciante, diventando forma d’espressione della propria dignità. È uno dei paradossi di quel periodo: alla follia nazista, alla ferocia iperbolica di voler cancellare un popolo, si contrapponeva la forza dell’arte».
È un messaggio che risuona ancora oggi?
«Sì, in particolare con la tragedia e il martirio del popolo palestinese. Ma anche con quanto accade in Libano o con una figura tragica e grottesca come Donald Trump, che ci ricorda cosa rischiamo quando il potere finisce nelle mani di un narcisista maligno. Di fronte a ciò, le manifestazioni artistiche sono spesso vere forme di resistenza. Penso a Ramzi Hussein Aburedwan e alla sua scuola per insegnare musica ai bambini nei campi profughi palestinesi. Alla brutalità della guerra e della sopraffazione si contrappone un’umanità che non cessa mai di esprimersi. Io sono un ebreo della diaspora, ho avuto parenti che si sono salvati solo perché in Bulgaria si rifiutarono di consegnarli ai nazisti. Non dimentico la storia. Ma sono anche un fervente antisionista a sostegno del popolo palestinese, perché proprio la storia mi ha insegnato a stare sempre dalla parte degli oppressi».
Aprirà il Tjf, che rapporto ha con il jazz?
«Sono un fan fin da ragazzino. Ho cominciato a 13 anni grazie ai nastri di mio fratello e ho seguito l’evoluzione del genere: da New Orleans allo swing ai boppers. A Milano ho visto tanti concerti e vissuto un’esperienza con cui ancora oggi faccio impazzire i miei amici jazzisti».
Siamo pronti a impazzire anche noi.
«Nel 1966 ero andato a vedere Duke Ellington ed Ella Fitzgerald al Lirico. Dopo il concerto dovevano registrare uno special per la Rai con Vittorio Gassman e un amico mi chiese se volevo far parte del pubblico. Avevo 19 anni, ero con la mia fidanzatina dell’epoca, Aviva, e insieme facevamo un certo effetto: io pittoresco con la barba esistenzialista, lei di una bellezza unica, con i capelli nerissimi e gli occhi che sembravano due laghi. Ci mettiamo vicino al pianoforte e al termine Aviva mi chiede di invitare Ellington a bere con noi. Io le rispondo che non è possibile, lui è un monumento, la storia del jazz. Ellington ci sente, ci fa un sorriso bellissimo e ci dice: “Facciamo di meglio, beviamo qualcosa qui e poi andiamo insieme a cena”».
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21 aprile 2026
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