Il megafono papale per la pace
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Il megafono papale per la pace

Lunedì 20 aprile 2026
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Le parole di Papa Leone rimbalzano molto più forti proprio grazie al presidente americano Trump

L'infermiere di Papa Francesco: «Pianse di gioia quando lo riportai in piazza. Mi regalava i libri di cucina»

Il megafono papale per la pace

Carlo Verdelli | 20 aprile 2026

Le parole di Papa Leone rimbalzano molto più forti proprio grazie al presidente americano Trump

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Di fronte alla rassegnazione per lo strazio quotidiano di bombardamenti e distruzione (5 mila morti in Iran e Libano, 15 mila in Ucraina senza contare i soldati, oltre 70 mila nella Striscia senza contare donne e bambini di Gaza soppressi a tregua in corso), di fronte alla percepita impotenza di ogni volenteroso tentativo europeo di fermare il collasso di civiltà, all’improvviso si è levata una voce che ha denunciato i signori della guerra e ha riacceso una piccola luce di speranza.
La voce è quella di papa Leone, che ribadisce l’urgenza di pace dall’inizio del suo mandato, un anno fa, in perfetta continuità di missione, anche se non di toni, col suo predecessore Francesco. Con una differenza sostanziale: adesso quella voce rimbomba molto più forte, come se parlasse da un megafono. E l’amplificatore globale glielo ha messo in mano Donald Trump.

Quante divisioni ha il Papa. Se lo chiese con sarcasmo Stalin a Jalta a proposito dei contrasti con Pio XII sull’assetto europeo dopo la Seconda guerra mondiale. Deve esserlo chiesto anche il presidente degli Stati Uniti prima o dopo avere preso a male parole il Vicario di Cristo, forse non calcolando che è il capo di una comunità da un miliardo e mezzo di fedeli, di cui oltre 50 milioni in America. E forse non aspettandosi il coro di proteste in difesa di Leone che si è alzato unanime dai leader internazionali, compresa la sua fino a ieri prediletta Giorgia Meloni.

A scatenare l’ira funesta del leader massimo della massima potenza mondiale, l’aggettivo «inaccettabile» usato dal pontefice di fronte alla minaccia dello stesso Trump di cancellare in una notte la civiltà iraniana. Da qui, un attacco frontale, personale, con l’accusa a Leone di essere pessimo in politica estera e pure ingrato, visto che Robert Prevost è di Chicago, quindi americano e «se io non fossi alla Casa Bianca, lui non sarebbe in Vaticano» (tradotto: l’hanno eletto per farmi un piacere). Un evento paragonabile non succedeva dal 963, quando l’imperatore del Sacro romano impero, Ottone I di Sassonia, insultò direttamente Giovanni XII, a suo dire reo di fornicare con la propria nipote. Neanche Hitler e Mussolini si erano spinti a nominare il nome di un Papa invano.
Non pago, il presidente Usa ha invece ribadito la provocazione pubblicando una foto (poi, per decenza, rimossa) realizzata dall’intelligenza artificiale con sé stesso nei panni di Gesù mentre guarisce un malato. L’intendenza ha seguito il Capo peggiorando, se possibile, la situazione. Il vice JD Vance ha sfondato la soglia del ridicolo, avvertendo il Papa di Roma che «deve stare molto attento quando parla di teologia». Vance è un convertito al cattolicesimo, battezzato da appena 7 anni; Prevost, maestro di studi su Sant’Agostino, è sacerdote dal 1982 e vescovo dal 2014.
Ma il primato dell’impudenza spetta, per il momento, al comandante del Pentagono, Pete Hegseth, che la soglia del ridicolo l’ha polverizzata, declamando a una platea di militari un brano di Ezechiele, dove si parla di «violenza d’azione schiacciante contro coloro che non meritano misericordia», preso pari pari dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino, senza sapere che il regista se l’era inventato e che nella Bibbia non compare. Basterebbe molto meno perché un ministro, in principio della Difesa ma trasformato da questa Amministrazione in un più pertinente ministero della Guerra, si degradasse da solo per tornarsene alla Fox dove era battagliero conduttore. Non solo non succederà ma Trump ha già pronto un nuovo videomessaggio dallo Studio Ovale dove leggerà un passo biblico del Secondo libro delle Cronache, versetto 14: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra».
Un altro dio in Terra, e questo è un problema serio per la Terra. Anche per la Chiesa di Roma: per vendicarsi dell’affronto subito dal Vaticano, sono stati tagliati 11 milioni di dollari di finanziamento alla Catholic Charities della Florida, che li riceveva da 60 anni per aiutare i ragazzini minorenni che arrivano da soli in America. E non finirà qui.

Durante il viaggio in Africa, Leone XIV ha precisato sorridendo che non è suo interesse dibattere con Trump e che i suoi interventi pastorali erano stati preparati due settimane prima che «quel presidente facesse commenti su di me». Resta il fatto che, senza quei «commenti», le parole del Papa contro il manipolo di tiranni che sta distruggendo il mondo, usando Dio come pretesto, avrebbero avuto un’eco infinitamente minore. In Angola, rivolto anche alle autorità di governo presenti, ha invitato i giovani a ribellarsi: «Despoti del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzie, asservite al potere, docili». Rendere le anime passive rientra nelle strategie collaterali di chi sta reggendo i fili dei conflitti. Per risvegliare quelle anime servono figure carismatiche, che si alzino in piedi sugli alti scranni che occupano e schierandosi senza ambiguità contro le nuove prepotenze globali ridiano coraggio a chi il coraggio lo sta perdendo.
Questo Papa adesso ha un amplificatore eccezionale a disposizione. Visti l’impennata degli indici di gradimento che le sue posizioni stanno ottenendo, e non soltanto tra i cattolici, per suprema ironia della sorte potrebbe persino toccargli in dono il Nobel per la Pace, di cui molto paradossalmente si sente in debito Donald Trump. Nel qual caso, difficile immaginare che Sua Santità ripeta il gesto dell’attivista venezuelana Maria Corina Machado, che a gennaio di quest’anno ha consegnato al divino re d’America la medaglia ricevuta a Oslo, portandogliela a domicilio. Ma qualsiasi speranza di vera pace non passa da quelle stanze. E questo il primo Papa americano l’ha capito prima di altri.

20 aprile 2026

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