Dopo 621 anni la prima rettrice all'Università di Torino: chi è Cristina Prandi? «Una secchiona che ha rotto il soffitto di cristallo»
Biologa, chimica e «faticosa»: Cristina Prandi si racconta a cuore aperto. Dai viaggi spartani in Inghilterra alla sfida di guidare uno degli atenei più antichi d'Europa, tra controllo scientifico e la paura che venga meno il dialogo
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Dopo 621 anni la prima rettrice all'Università di Torino: chi è Cristina Prandi? «Una secchiona che ha rotto il soffitto di cristallo»
di Antonella FrontaniBiologa, chimica e «faticosa»: Cristina Prandi si racconta a cuore aperto. Dai viaggi spartani in Inghilterra alla sfida di guidare uno degli atenei più antichi d'Europa, tra controllo scientifico e la paura che venga meno il dialogo
La cerimonia di insediamento della rettrice dell’Università Cristina Prandi. Con lei
il pro-rettore Gianluca Cuniberti
È stata eletta Rettrice dell’Università degli Studi di Torino, diventando la prima donna a ricoprire questo incarico in 621 anni di storia dell’Ateneo, uno dei più antichi d’Europa. Cristina Prandi, biologa di formazione e chimica per vocazione, è entrata in carica il primo ottobre 2025: un evento storico per il mondo accademico italiano. La sua lunga carriera vanta oltre 150 pubblicazioni, un h-index di 36, numerosi progetti scientifici negli ambiti di chimica verde, biocatalisi e fitormoni naturali. Oggi accetta di mettere da parte il ruolo istituzionale per consentire il racconto di sé.
Partiamo dalle origini
«Vengo da una famiglia molto tradizionale del ceto medio. Mio papà era impiegato in Fiat Avio, mia mamma era maestra elementare. Sono arrivati a Torino da Bellinzago Novarese, paese in cui sono nata io, nel 1965».
Un’infanzia felice?
«Sì, ricordo solo un periodo, per fortuna molto breve, un po’ difficile».
Cosa accadde?
«Il ricordo risale al 1969, avevo quattro anni e mezzo. Mia mamma era in attesa della seconda figlia proprio nel momento in cui papà accettò di partire negli Stati Uniti per motivi di lavoro. Con mia mamma tornammo a Bellinzago per qualche mese in attesa che nascesse mia sorella e potessimo partire anche noi. La lontananza da casa nostra e l’assenza di mio papà ci portò in uno stato di tristezza che ricordo ancora»·
Durò molto?
«Per fortuna, no, solo tre mesi ma ne ho un ricordo indelebile. Poi, tornò la normalità e, soprattutto l’America!».
In che senso?
«Un mese dopo la nascita della secondogenita (siamo tre sorelle), io e mia mamma partimmo per gli Stati Uniti, in una località nei pressi di Chicago. Fu l’apertura verso un nuovo mondo. Approdammo in uno dei villaggi destinati ai dipendenti Fiat che provenivano da tutta Italia e quello fu un anno di vera serenità per tutta la famiglia: mia mamma rifiorì letteralmente; papà, in qualità di visiting, svolse un incarico privo di stress; io godevo di una particolare libertà, all’interno del villaggio molto protetto. Nessuno si occupava di me: sensazione straordinaria».
Il rientro in Italia fu facile?
«Affatto, soffrivo di nostalgia credo. Appena scesa dall’aereo decisi di non pronunciare più una parola in inglese, tanto che finii per dimenticarlo. Anni dopo fui costretta a studiarlo di nuovo».
Un altro ricordo dell’infanzia da cancellare?
«L’asilo dalle suore: un ambiente dal rigore eccessivo e severo».
È stata un’adolescente ribelle?
«Direi di no, la mia ribellione è arrivata dopo ma è rientrata abbastanza in fretta».
Cosa ricorda con piacere della sua infanzia?
«L’avventura dei viaggi che facevamo con i miei genitori. In Inghilterra, per esempio, in cinque in auto, lo scambio della casa con colleghi inglesi di mio papà, viaggi spartani ma bellissimi che mi hanno lasciato in eredità il fascino dell’esplorazione».
Scienziata per vocazione fin da piccola?
«No, affatto. La consapevolezza della scelta per il futuro arrivò tardi».
Quando ha capito che lo studio le avrebbe cambiato la vita?
«Non lo percepii subito. Ho vissuto lo studio come un percorso naturale secondo l’insegnamento dei miei genitori, soprattutto di mia mamma che aveva dovuto lasciare il lavoro a 21 anni: eravamo figlie privilegiate e lo studio era il nostro dovere».
Era il suo riscatto?
«La sua non era un rivendicazione, piuttosto, un’esortazione alla realizzazione personale, anche se non immaginava per le figlie una carriera totalizzante».
Cosa immaginava per lei?
«Per esempio, che diventassi insegnante, lavoro che avrebbe lasciato spazio alla famiglia. Invece, m’iscrissi a biologia e m’innamorai della chimica organica».
Cosa rappresenta per lei la chimica?
«È una scienza esatta che mi affascina e appaga il mio bisogno di ordine, di tenere tutto sotto controllo».
Non pensa che anche la filosofia sia necessaria per garantire un ordine?
«Certamente, infatti, ritengo molto utili le figure dei consulenti filosofici all’interno del mondo del lavoro ma la filosofia non appaga il mio bisogno di controllo».
È vero che non ha mai smesso di studiare?
«Lo ammetto. Ancora oggi, di domenica, cerco di ritagliare un piccolo spazio per lo studio dei temi che sento di dover approfondire».
Per esempio?
«Nel mio nuovo ruolo affronto ambiti relativi agli aspetti organizzativi di un Ateneo che per me sono relativamente nuovi, per cui approfondisco continuamente».
Non smettere di imparare…
«Lo studio rappresenta una bella forma di controllo e poi, non mi abbandona mai la sensazione di imparare dal confronto con gli altri».·
Anche se si tratta di studenti?
«Soprattutto! Spesso sono le loro domande, o le loro valutazioni, a scatenare in me riflessioni profonde».
Come si definirebbe?
«Curiosissima e, ahimè, secchiona».
Secchiona anche a scuola?
«Sì, infatti credo di non essere stata una ragazza simpatica».
Che caratteristiche devono avere i suoi collaboratori stretti?
«È importante che condividano la mia visione progettuale».
Come definirebbe se stessa da un punto di vista professionale?
«Faticosa… Non rallento mai, anzi, tendo sempre a spostare in avanti l’obiettivo da raggiungere».
La carriera universitaria è un percorso lungo e difficile. È d’accordo?
«Sì, è un percorso d’incertezza in cui la realizzazione arriva troppo tardi».
Le sue tappe?
«Sono diventata professoressa associata a 42 anni e ordinaria a 52».
Cos’è che non condivide dell’ambiente accademico?
«Le dinamiche conflittuali che vedo ovunque».
Il suo incarico ha coinciso con l’inizio delle contestazioni studentesche. Come ha affrontato quel periodo?
«Ho dovuto affrontare immediatamente la responsabilità di decisioni importanti. La complessità è stata quella di attivare un confronto immediato e costruttivo con la città e sue le istituzioni cercando, nel contempo, un dialogo con gli studenti».
Di cosa ha paura?
«Del momento in cui viene meno il dialogo in un confronto serrato. Che accada in uno scenario internazionale o con gli studenti».
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20 aprile 2026 ( modifica il 20 aprile 2026 | 05:29)
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