Rauzi, l'ex prete che difese gli studenti nel '68 e lasciò la tonaca per denunciare «la connivenza tra Chiesa e capitalismo». La figlia: «Fu esiliato a Parigi ma non rinnegò mai la fede»
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Rauzi, l'ex prete che difese gli studenti nel '68 e lasciò la tonaca per denunciare «la connivenza tra Chiesa e capitalismo». La figlia: «Fu esiliato a Parigi ma non rinnegò mai la fede»

Domenica 19 aprile 2026
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La figlia Serena racconta il trentino Piergiorgio Rauzi: «Da cattolico, ha sempre creduto nella critica dall’interno. La Chiesa oggi deve svecchiarsi per non scomparire»

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Rauzi, l'ex prete che difese gli studenti nel '68 e lasciò la tonaca per denunciare «la connivenza tra Chiesa e capitalismo». La figlia: «Fu esiliato a Parigi ma non rinnegò mai la fede»

di Jacopo Strapparava

La figlia Serena racconta il trentino Piergiorgio Rauzi: «Da cattolico, ha sempre creduto nella critica dall’interno. La Chiesa oggi deve svecchiarsi per non scomparire»

Serena Rauzi, quando si è resa conto d’essere la figlia di un prete?
«Faccio fatica a ricordare un momento preciso, sa? Non è mai stato un segreto, anzi. È stato sempre chiaro. Lui raccontava molto di sé, della sua storia, della prima parte della vita. Di come, a un certo punto, aveva deciso di cambiare strada».

Gli altri non ve lo facevano pesare?
«Ma no. La sua era stata una scelta molto consapevole. Molto pubblica. Per noi era motivo di orgoglio. Ecco, forse, il momento in cui ho capito quanto fosse stata importante per lui quella fase della sua vita, è stata la fine. Malato di cancro. Stava morendo. Gli si sono riavvicinati due amici, don Livio Sparapani e don Girolamo Job, compagni di seminario. Ora se ne sono andati pure loro».

Senta Serena, che uomo era suo padre?
«Nato a Malé, Val di Sole, classe 1936. Terzo di sei fratelli e sorelle. Famiglia legata alla terra, ma non poverissima. Mio nonno Leopoldo era veterinario, aveva in cura le stalle di tutta la val di Rabbi…».

E di carattere, com’era il piccolo Piergiorgio?
«Era ironico: gli piaceva scherzare, fare gruppo. Era spericolato: gli piacevano le cose veloci, andava in bici in discesa a tutta velocità. Soprattutto: era un ribelle. In seminario tutti conoscevano suo fratello Giuseppe, il primogenito, poi parroco a Bolzano, più ligio, più educato, più diligente. Ci hanno messo un po’ a capire che mio padre non era come lui».

Perché un ragazzo così decise di farsi prete?
«Una vocazione. “Una chiamata” dissero, e tanto bastava. A 11 anni lo mandarono a Trento in seminario. All’inizio fu dura, provava una fortissima nostalgia. Quando aveva 14 anni, nonno Leopoldo morì, e fu molto doloroso».

Penso che oggi chiamerebbero subito il Telefono Azzurro.
«Ma non ha senso giudicare con gli occhi di oggi. All’epoca era normale. Il rapporto con il parroco del paese era fortissimo. Quasi tutte le famiglie avevano un figlio in seminario. Abbiamo una foto di mio padre a tre anni che fa una benedizione. Sì. Mio padre, già a tre anni, giocava a fare il prete».

Capisco.
«Dicevo: i primi anni furono tosti, il direttore era molto severo. Poi no: in seminario maggiore si deve essere anche divertito. Fece tutto il percorso regolare. A 24 anni era sacerdote».

Era l’epoca di Carlo de Ferrari, l’ultimo principe vescovo. L’ultimo a cui bisognava rivolgersi dicendo: «Vostra altezza».
«E c’era il monopolio politico della Democrazia cristiana. La paura del comunismo era fortissima. Sotto elezioni, in seminario, li facevano pregare perché la Dc vincesse. Una delle prime crisi, a mio padre, venne proprio dopo una tornata elettorale andata meno bene del solito. “Ma se Dio vuole che la Dc vinca, perché la Dc non ha vinto?”».

Raccontano che fu proprio la Dc trentina, morto de Ferrari, a mettere lo zampino nella nomina del nuovo vescovo. Domandarono un favore al presidente della Repubblica, Antonio Segni, che a sua volta domandò un favore al Vaticano.
«Il nuovo vescovo divenne Alessandro Maria Gottardi. Fu fatto fuori monsignor Bruno Vielmetti. Peraltro don Vielmetti morì qualche anno dopo, nel 1969, in un incidente in montagna, sul Catinaccio, in Val di Fassa. Mio papà gli era molto affezionato. Quella morte prematura gli fece fare un passo ulteriore verso il rifiuto dell’autorità».

È per questo rifiuto dell’autorità che suo padre nei turbolenti anni Sessanta, decise di iscriversi, da prete, alla facoltà di Sociologia?
«In realtà fu uno studente, Darko Bratina, nato a Gorizia da famiglia slovena, area cattolica del Movimento studentesco, futuro senatore con il Pds, a chiedere di lui: “Vogliamo don Rauzi come assistente spirituale degli universitari”. Mio padre rispose: “Va bene, però voglio diventare studente anch’io”. Per lui la facoltà di via Verdi era un punto d’osservazione da dove studiare i cambiamenti della società. La secolarizzazione. Il passaggio dalla società rurale a una società dei consumi. Tutte cose che gli interessavano tantissimo».

Fatto sta che nel 1968, a Sociologia, durante l’occupazione, suo padre è uno dei nove sacerdoti che solidarizzano con gli studenti «contro il sistema di istruzione autoritario e imperialistico». Nove preti che stanno con la rivoluzione.
«Ma c’era da avere più paura dei trentini che volevano linciarli. Comunque sì: mio padre visse tutta quella fase. Tanto che, a un certo punto, la Curia decise di allontanarlo. Nel 70-71 Gottardi lo convocò: “Scegli una città qualsiasi, ma devi andartene da Trento”. Andò a Parigi».

In esilio?
«In esilio, sì. Ospite di un istituto religioso. La crisi maturò definitivamente. Ormai aveva 35 anni».

Nel 1972, Piergiorgio Rauzi torna a Trento. Si fa intervistare dall’Alto Adige. Denuncia «la connivenza economico-politica della Chiesa con il sistema capitalistico». Dice: «La Chiesa oggi è oggettivamente nemica di classe». Non è che a furia di libri di sociologia gli era venuto il dubbio che Dio non esistesse?
«No. La sua crisi riguardava l’istituzione. Ma non rinnegò mai la fede. Subito cercò il confronto con la nonna Gemma, che non fece drammi: “Se una bottega non ti piace più, si cambia bottega”. Fece così. Divenne assegnista di sociologia a Bologna, poi professore proprio in via Verdi».

È allora che conobbe sua madre?
«Si conoscevano da prima di Parigi. Lei, Teresa, salentina, venuta a studiare sociologia a Trento a seguito del fratello. Mio zio Vito aveva scritto la tesi assieme a mio padre e a don Franco Masserdotti, che poi divenne vescovo in Brasile. Si sposarono nel 1973: due volte, prima in municipio, poi in chiesa. Matrimonio anti-concordatario, in polemica con il Concordato di Pio XI e Mussolini. Poi siamo arrivati noi. Mio fratello Mattia, nel 1975. Io nel 1979. Mia sorella Sara nel 1983. E Anna, l’ultima, nel 1995».

Com’era come papà?
«Ricordo le sue mani grandi, che davano sicurezza: pensi che da prete aveva insegnato a nuotare a tantissimi ragazzini senza esserne capace. Era molto dolce. Era anche molto curioso nei confronti del mondo femminile: ha voluto partecipare a tutti i parti di mia mamma. Quando nacque mio fratello, lo hanno cacciato fuori. Io e mia sorella Sara siamo nate in sala travaglio. Con mia sorella Anna, finalmente, c’è riuscito. Credeva nella parabola dei talenti. Credeva che qualunque fosse la tua passione, dovevi impegnarti al massimo in quell’ambito. Che le persone possono cambiare il mondo solo facendo il meglio di quello che sanno fare».

Come votò ai referendum su divorzio e aborto?
«Votò a favore. Personalmente, non avrebbe optato per l’aborto. Ma voleva che a tutti fosse riconosciuto il diritto di scegliere. Non temeva lo scontro, mio padre. Nel 1990 fu eletto in consiglio comunale, indipendente per il Pci. Rimase a palazzo Thun per due legislature».

Nel frattempo, era diventato papa Giovanni Paolo II, che il comunismo lo aveva respirato in Polonia, e non ammetteva compromessi. A Trento, come vescovo, arrivò Giovanni Sartori, «il normalizzatore». Cacciò don Vittorio Cristelli dalla direzione di Vita Trentina. Faceva registrare le prediche sovversive di don Marcello Farina. Disse no ai preti rossi. No alle chitarre in chiesa. No alle chierichette femmine. Dicono pure che fece pressioni sulla Dc perché non candidasse il giovane Lorenzo Dellai, che voleva aprire ai post-comunisti.
«Se con Gottardi, mio padre riusciva a dialogare, con Sartori non c’era nessun tipo di stima. Le chierichette femmine, ma dai… è già tanto se ne trovi uno, di chierichetto! Il fatto è che sempre quando la società cambia trovi questi colpi di coda. Qualcuno che vorrebbe trattenere un passato destinato a cambiare comunque».

Oggi gli anni della rivoluzione cattolica sembrano archiviati del tutto. Se si sogna qualcosa, non è il sole dell’avvenire, ma il ritorno al passato, con i pizzi e le messe in latino. Se c’è del fermento, è mediatico. Se un prete dice addio alla tonaca, è per fare l’influencer.
«Io penso che la Chiesa viva una fortissima crisi di identità e di utilità. Nella gente resta un bisogno di spiritualità, ma l’istituzione è ferma: o si scrosta o scompare. Mio padre, da sociologo, avrebbe studiato tutto questo con grande curiosità. Da cattolico, ha sempre creduto nella “critica dall’interno”. Ha scelto di non farci battezzare e di non mandarci a religione. Animava la rivista del dissenso L’Invito assieme a Silvano Bert, suocero del sindaco Franco Ianeselli. Fino alla fine, non ha temuto lo scontro: una delle sue ultime battaglie fu la raccolta firme per permettere ai musulmani di Trento di avere una moschea. Fino a che ha potuto, ha continuato ad andare in bici in discesa, a velocità folle. Come faceva da ragazzino. Con il cronometro in mano, per battere il suo record. Affidandosi, più che ai freni, alla Divina provvidenza».

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