La politica che si rifugia sotto i gazebo
La politica che si rifugia sotto i gazebo
di Aldo Grasso | 19 aprile 2026I tuoi preferiti
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Mentre a sinistra si discute di primarie, campo largo, coalizioni, necessità di un programma comune, si riaffaccia il fantasma del gazebo. Il chiosco da giardino inglese — il cui etimo deriva dal verbo to gaze (contemplare) e dal suffisso latino -ebo, tipico del futuro — da creazione ludica è diventato la trincea dei rassegnati, la garitta di strategie populiste, un ingombro stradale, rifugio della retorica demagogica dei social.La politica è altra cosa: è carisma, determinazione, progetto, acume, militanza, anche spietatezza.
Ma quando non c’è una figura trascinante, bastano un tavolino traballante, due bandiere sbiadite e una manciata di biro che hanno smesso di fare il loro dovere per evocare il miracolo della «partecipazione». È una liturgia rassicurante: file ordinate o scomposte di fedeli convinti di decidere il destino del Paese.
Il gazebo è l’eutanasia del pensiero critico: asciuga il dibattito, polverizza la riflessione e riduce la complessità e il valore del voto a un surrogato distratto su un foglio di carta riciclata.Il gazebo custodisce un fuoco liturgico: non serve capire davvero, basta mettere un segno per gratificare le tifoserie. Qualunque sia il risultato si può sempre dire che è la volontà del «popolo del gazebo».In fondo è la versione politica dei dehors: accessibili, rumorosi e invasivi.
19 aprile 2026
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