Quando Alcide De Gasperi fu rinchiuso nelle galere fasciste: «Mi preparo al peggio, da qui non posso vedere la mia patria»
Una nuova edizione per le lettere scritte dal carcere nel ‘27 e ‘28. Il padre dell’Italia democratica fu arrestato alla stazione di Firenze con la moglie
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Quando Alcide De Gasperi fu rinchiuso nelle galere fasciste: «Mi preparo al peggio, da qui non posso vedere la mia patria»
di Roberto BrumatUna nuova edizione per le lettere scritte dal carcere nel ‘27 e ‘28. Il padre dell’Italia democratica fu arrestato alla stazione di Firenze con la moglie
C’era un tempo in cui in Italia avere il passaporto scaduto costava caro: specie se le proprie idee erano diverse da quelle del governo. A quel periodo la Fondazione De Gasperi, che promuove gli insegnamenti del padre dell’Italia democratica e dell’Unione Europea, dedica la nuova edizione di Alcide De Gasperi. Lettere dalla prigione (1927 - 1928) (Marietti 1820, 184 pagine, 15 euro), pubblicato la prima volta negli anni ‘50. Sono oltre 60 lettere che in 19 mesi di prigionia il politico trentino scrisse a moglie, figlia e amici: testimonianze di sconforti, speranze e del coraggio dato dall’incrollabile fede e dagli ideali. Alle 11 di sera dell’11 marzo 1927 alla stazione di Firenze, sul treno in partenza per Trieste, la polizia fermò una coppia di quarantenni trentini: Alcide De Gasperi e la moglie Francesca Romani. L’uomo aveva due tessere del Touring Club con foto reali, ma nomifittizi (prof. Paolo De Rossi e Francesca De Rossi Prati) e «sospette» carte topografiche di Trieste e Fiume. Finirono nel carcere romano di «Regina Coeli»: la moglie rilasciata dopo pochi giorni, De Gasperi condannato a 4 anni e multa di 20.000 lire per tentato espatrio clandestino per motivi politici.
Sorvegliato dal regime
Non fu un fermo casuale: si voleva impedire all’ex segretario del Partito Popolare Italiano di rifugiarsi all’estero dopo lo scioglimento della sua formazione politica dalla Prefettura romana il 9 novembre ’26. Nel luglio del ‘28, quando da mesi De Gasperi era ricoverato in ospedale, arrivò la grazia del Re, ma per il fascismo continuò a essere un sorvegliato speciale. Così, appena libero, chiese aiuto al vescovo di Trento Celestino Endrici che il 3 aprile 1929 lo fece assumere come collaboratore alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Dalle lettere (vagliate dalla censura) dal carcere e dalla clinica, emergono rettitudine morale e amore per la vita, la famiglia e l’Italia. Lamentava la sporcizia della cella infestata di cimici, il caldo estivo, il poco cibo, prostrazione e umiliazione: «Una volta entrati in questo ingranaggio – scrive - il tempo passa lentissimamente e gli uomini affaccendati che stanno fuori, di noi non sanno che lo contiamo minuto per minuto».
«Mi preparo al peggio»
Paragona la prigione romana a quella asburgica subita a Innsbruck nel 1904 e in un testo del giugno ’27 scrive: «Mi sono cascate le braccia, mia diletta; se questo Concetto fondamentale della ragion di Stato soverchia così tutti gli altri, che vuoi ormai sperare? Io mi preparo da lungo ormai al peggio». Ripensando all’amato Trentino e alla benedizione di Papa Leone XIII nella sua prima visita in capitale nel 1902, dice: «Ora sono rinchiuso in un cubicolo e non posso vedere, o Roma, né il tuo cielo, né i tuoi monumenti. E tuttavia ti amo, come amo l’Italia, sognata fin dagli anni giovanili e si dissecchi la mia lingua se dirò male di te, o mia patria diletta». Trova conforto leggendo la Bibbia, L’imitazione di Cristo, Le confessioni di Sant’Agostino, ma anche i grandi romanzi europei.
L'antifascismo inflessibile
Che le dittature non possano cancellare le idee lo fa capire ricordando quando con un ago di sicurezza sfuggito alle continue perquisizioni, in latino aveva inciso sul muro della cella «Beati quelli che piangono perché saranno consolati» e «quelli che hanno sete di giustizia»; nonostante la denuncia della guardia, il sottocapo fu generoso: «Si accontentò di obbligarmi a raschiare la parete col manico del cucchiaio di legno. Ma (quelle parole) non si raschiano dal cuore, quando sono incise fin dall’adolescenza e quando le ricordavo come riassunto di un programma del quale era intessuta la vita, programma che mi aveva imposto di lavorare per l’elevazione degli umili, per la giustizia e i diritti». Come dice lo storico Alberto Melloni presidente della casa editrice, «tra i meriti riconosciuti a De Gasperi si dimentica il suo patimento nelle galere fasciste, che ha plasmato in lui un antifascismo silenzioso, ma inflessibile».
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18 aprile 2026
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