La storia di Elisabetta Sirani, «la giovane favolosa» raccontata ai bambini: «Un sirena che dipingeva meraviglie»
«Sirena Sirani – la giovane favolosa» di Paola Goretti con illustrazioni di Sara Colaone edito da Minerva nella collana Fatterelli Bolognesi sarà presentato il 19 aprile alla Pinacoteca con la presenza di Massimo Pulini, storico dell’arte e studioso della pittrice
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La storia di Elisabetta Sirani, «la giovane favolosa» raccontata ai bambini: «Un sirena che dipingeva meraviglie»
di Vittoria Melchioni«Sirena Sirani – la giovane favolosa» di Paola Goretti con illustrazioni di Sara Colaone edito da Minerva nella collana Fatterelli Bolognesi sarà presentato il 19 aprile alla Pinacoteca con la presenza di Massimo Pulini, storico dell’arte e studioso della pittrice
La storia di Elisabetta Sirani cambia luce. Non più soltanto il prodigio, l’enfant prodige che incantava l’Europa, ma una giovane donna che, nell’atto stesso del «pennellare», era «completamente in grazia di Dio con se stessa».
È da qui che nasce «Sirena Sirani – la giovane favolosa» di Paola Goretti con illustrazioni di Sara Colaone edito da Minerva nella collana Fatterelli Bolognesi che sarà presentato il 19 aprile alla Pinacoteca con la presenza di Massimo Pulini, storico dell’arte e studioso della pittrice.
Non una leggenda, non un mito costruito a posteriori, ma un’immagine più profonda, più vera spiegata ai bambini. «La sirena che lei incarna» - spiega l’autrice - «non è semplicemente il prodigio, è anche il modo di far finire la storia in modo diverso dalla realtà con il mistero, che mistero non è, sulla sua morte e il funerale show».
Perché, se la vita le negò molto, la narrazione può restituirle ciò che le è mancato: «offrire a questa ragazza un’altra vita, tuffata nell’oceano dei sentimenti, della felicità e della gioia».
Il linguaggio del libro è volutamente arcaico, quasi musicale. Quanto è stato importante per lei trovare questa cifra?
«Un lessico infiorettato arcaico, non di facilissima accessibilità, cercando però di renderlo compatibile con le esigenze dei ragazzini, degli adolescenti, cioè in modo tale da utilizzare un lessico pseudo seicentesco, ma che si comprenda, con una certa distanza rispetto al lessico contemporaneo, perché quello l’ho proprio fortemente voluto. Questa è un’incognita, perché non è detto che possa funzionare in termini di comprensibilità da parte delle giovanissime generazioni, lo vedremo. Per me scrivere è un po’ come comporre con un pentagramma: le parole sono note che vanno a comporre la melodia del testo, sono musica».
Com’è nata l’idea di trasformare Elisabetta Sirani in una «sirena»?
«Innanzitutto, c’è questo gioco di parole a cui il suo cognome si presta particolarmente, perché quando Tiziana Roversi, la direttrice della collana, ha cominciato a ventilare l’ipotesi di un fatterello dedicato a Elisabetta Sirani, a me, che sono abile nel redigere i titoli, è uscito di getto: "Ma sì, la sirena Sirani". E Tiziana rise a crepapelle. Quindi la sua risata, contemporaneamente di plauso e di consenso, perché questo piccolo scioglilingua poteva funzionare per i ragazzi, è stato il viatico. La sirena che lei incarna non è semplicemente il prodigio della camera delle meraviglie, non è mitologia. La sua fama la precede, era conosciuta in tutta Europa e dipingeva per tutta Europa senza muoversi da casa, ma è anche il modo poi di fare finire la storia, di farla tuffare in questo grande sentimento oceanico come un desiderio quasi di riscatto, di offrire a questa ragazza la vastità dei sentimenti che non ha potuto conoscere in vita, sebbene apprezzatissima a livello internazionale. Ma fu priva del dono dell’amore. Come sirena si tuffa nell’oceano dei sentimenti, della felicità e della gioia».
La voce narrante del libro è quella di Carlo Cesare Malvasia: una scelta molto originale. Perché ha deciso di far raccontare la storia proprio a lui?
«Essendo questo il mio terzo fatterello, nei due precedenti avevo fatto parlare in prima persona i protagonisti: nella Rosa di Bologna parlava la rosa, in Io, Lavinia parlava Lavinia. Qui volevo trovare un’altra modalità, anche per non ripetere me stessa. E quale realtà più autorevole ci poteva essere se non far parlare Carlo Cesare Malvasia? Quindi creare non un dialogo, ma proprio la narrazione affidata a lui, che tanto bene l’aveva conosciuta, che era un amico intimo del padre Giovanni Andrea Sirani, che si era tanto adoperato affinché Elisabetta fosse avviata all’arte dei pennelli».
Elisabetta Sirani appare come una giovane donna molto determinata. Possiamo definirla una sorta di femminista del Seicento?
«Inconsapevole, perché non c’è nessuna rivendicazione né politica né di genere nella sua identità. C’è sicuramente il desiderio molto capricornino, molto tenace, molto volitivo di cercare la sua strada. Non da femminista ante litteram, questo non lo si può dire relativamente a queste date. Ha una grande autodeterminazione nel cercare la sua strada. In questo senso possiamo parlare di femminismo inconsapevole rispetto alle lotte di rivendicazione, ma con una grande coscienza di autodeterminazione».
Il rapporto con il padre è stato centrale ma anche conflittuale: più eccesso d’amore o forma di controllo?
«Una forma di controllo e anche di tornaconto, considerando che questo tipo di atteggiamenti all’epoca era la norma. Il contrario è l’anomalia: per esempio quello che succede a Lavinia Fontana. Il no di Giovanni Andrea nei confronti di sua figlia, che ha 23 o 24 anni, è un no abbastanza scontato».
Quanto fu radicale la decisione di fondare una scuola di pittura per sole donne?
«Questa è la vera rivoluzione di Elisabetta. Non saprei rispondere se è un principio di autodeterminazione o la rabbia nei confronti del padre. C’è la rabbia che le fa veramente dire: «Bene, non posso andare a Roma, allora non esco neanche di casa, ma chiedo in cambio, voglio, esigo e pretendo che qui sia fatta la prima scuola di pittura per le donne», facendo da apripista per altre donne che come lei volevano avviarsi alla pittura. Non lo sapremo mai, a meno che non saltino fuori dei documenti».
Come immagina il carattere di Elisabetta davanti a una produttività così impressionante?
«Io credo che lei avesse un grande amore, un amore folle per la pittura. Una domanda del genere a Mozart forse non sarebbe stata mai fatta. Se c’è un talento così precoce, così assoluto, vuole tutto, chiede tutto, ma non lo chiede solo con le note dell’ossessione: tra te e quello che fai è la stessa cosa. Elisabetta era molto felice nel dipingere. La costrizione era quella di non poter partecipare di una certa vita sociale illuminata dalla libertà che non le fu concessa, ma nell’atto del dipingere, nell’azione del dipingere, lei era completamente in grazia di Dio con se stessa».
Quanto contò Bologna nella formazione della sua personalità artistica?
«Elisabetta non può, al di là del contesto cittadino, non essere la figlia di Giovanni Andrea Sirani. La figura del padre è cruciale quantomeno in termini di bottega. Nasce all’interno della famiglia di colui che è considerato il capomastro dell’impresa pittorica più rilevante della città, che è quella di Guido Reni. Bologna è importantissima, certo, è una città vivacissima in quel momento, ma Elisabetta è figlia di suo padre, cioè filtra la città attraverso il padre».
Che tipo di dialogo si è creato con le illustrazioni di Sara Colaone?
«Prima ho composto il testo. Poi è subentrata l’illustratrice. Nel caso di Sara Colaone è stata eccezionale, forte del fatto che è un’illustratrice di tutto rilievo a livello nazionale e internazionale ed è una storica dell’arte. Credo sia stato molto facile per lei calarsi anche nei momenti più difficili della vita di Elisabetta e trovare le chiavi più giuste per tutta la gamma emotiva: il broncio, la felicità, il litigio, la beatitudine del dipingere».
Che cosa desiderate trasmettere con la presentazione in Pinacoteca?
«Il desiderio è rappresentato da due strade separate e congiunte. Per i bambini è stato predisposto dal personale della Pinacoteca un laboratorio dedicato a Elisabetta Sirani, partendo dal nostro testo e dedicandolo esplicitamente ai nostri piccoli amici. Noi invece saremo nella sala Gnudi per parlare a un pubblico più adulto. Le fiabe si sa che vanno bene ad adulti e a bambini, semplicemente è necessario avere approcci un pochino differenti. Che cosa speriamo? Di essere delle “sireneggiatrici”, certo, cioè di fare circolare Elisabetta Sirani nella sua dimensione sirenesca e di essere a nostra volta delle sirene per catturare l’attenzione dei nostri interlocutori con il fascino di questa pittrice e della sua estrema e commovente vitalità. Vorremmo che la sua vitalità, la sua freschezza, il suo talento e la sua capacità di incantare le venissero restituiti».
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