Stefano Accorsi: «L’intelligenza artificiale ci chiude in un imbuto». Il suo spettacolo e il rischio nascosto degli algoritmi
Stefano Accorsi porta oggi, 19 aprile, al Teatro Carignano di Torino per «Biennale Tecnologia» il suo spettacolo su cosa significa restare umani al tempo degli algoritmi
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Stefano Accorsi: «L’intelligenza artificiale ci chiude in un imbuto». Il suo spettacolo e il rischio nascosto degli algoritmi
di Francesca AngeleriStefano Accorsi porta oggi, 19 aprile, al Teatro Carignano di Torino per «Biennale Tecnologia» il suo spettacolo su cosa significa restare umani al tempo degli algoritmi
In questi tempi in cui, quando va bene, sullo sfondo delle nostre vite risuonano tregue, accordi, patti… tra i migliori c’è proprio quello tra scienza e cultura. Lo dimostra il successo (e i bellissimi progetti) di questa edizione di Biennale Tecnologia. Baluardi civili, scienza e cultura, hanno un punto in comune, imprescindibile: l’essere umani. Oggi, 19 aprile, alle 11.30 al Teatro Carignano, si tiene uno degli appuntamenti di spicco del cartellone: Stefano Accorsi è il protagonista di Socrate 16.22, il nuovo spettacolo, prodotto dalla sua «content factory» Planetaria, dove in scena vediamo un padre (lui) e una figlia (Ludovica Martino). Intorno a loro: un mondo in evoluzione centripeta da intelligenza artificiale, licenziamenti e lavoro precario, l’università e l’amore, la guerra, conflitti etici e sentimenti. Insomma, la vita. Socrate è l’assistente artificiale costruito sulle parole di lei. Cosa significa restare umani al tempo degli algoritmi?
Accorsi, nei suoi spettacoli troviamo Ulisse, Socrate… i grandi classici sono i giusti traghettatori in questo momento caotico?
«È già un po’ che li adotto: anche Orlando piuttosto che il Decamerone… i grandi classici così come i filosofi, gli autori, se hanno scavallato secoli e millenni è perché evidentemente avevano qualcosa da dire. Ed era qualcosa di assolutamente umano. Ci riportano alla nostra essenza profonda, ancor più oggi che facciamo i conti con enormi cambiamenti. I classici non ci allontanano dal presente ma gli danno il giusto peso».
E i pesi, infatti, paiono immensamente sbilanciati.
«C’è un tema importante ed è quello del problema etico e morale dell’utilizzo di certe tecnologie, l’Ai ma anche i social. Sono strumenti con un forte scopo di lucro, di rendita economica per pochissimi privati. Il fatto che gestiscano, in qualche modo, anche le nostre coscienze, porta a porsi dei problemi fondamentali. Noi lo facciamo anche a teatro, con il supporto di scienziati. Questo è il progetto Planetaria: analizzare i grandi cambiamenti con l’aiuto di chi ci dice com’è e come potrebbe essere, anche nella sua versione migliore».
Lo spettacolo nasce anche dalla paura dell’Ai?
«Non ne ho paura. Le storture sono illeciti di sistema. Però bisogna creare delle leggi ad hoc, delle regole. Io difendo la proprietà privata, ma che così poche persone detengano tanto potere economico e di gestione delle coscienze lo trovo davvero pericoloso. E, ancora prima delle giovani generazioni, dobbiamo educare noi stessi».
La sensazione è che, sul digitale, ci stiamo perdendo la buona occasione di ciò che ci può dare e stiamo invece fomentando le sue storture. Cosa ne pensa?
«I cambiamenti sono iper veloci. È difficile per il legislatore creare regole, perché sono sistemi globali che si scontrano con leggi locali. La percezione della stortura è estrema oggi, viviamo immersi nei social dove le notizie negative incidono molto più di quelle positive e girano vorticosamente. Immagini che fino a dieci anni fa non si vedevano, oggi si fruiscono con facilità. Ho amici che si sono allontanati dai social e la loro percezione della vita è cambiata. L’intelligenza artificiale non si può evitare, sarà sempre più presente anche in ambito medico. Ma bisogna mantenere una consapevolezza».
Cosa la spaventa di più dell’Ai e cosa invece la interessa?
«Mi inquieta che sia uno strumento troppo accondiscendente, che assecondi spropositatamente l’ego di chi lo consulta. Si dice che la capacità di assecondare dell’intelligenza artificiale sia vicina al 50 per cento. Questo ci rinchiude in un microcosmo creato dall’algoritmo che ci mostra il mondo come vogliamo vederlo. È come mettere la testa dentro a un imbuto. Al tempo stesso è utile in modo impressionante nelle ricerche, negli approfondimenti, in molte cose».
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18 aprile 2026
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