Crescita, i nuovi impulsi
L’Italia è stretta tra debito, poco sviluppo e obblighi Ue. Il problema non è il patto di Stabilità ma la scarsa produttività
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Crescita, i nuovi impulsi
Maurizio Ferrera | 17 aprile 2026L’Italia è stretta tra debito, poco sviluppo e obblighi Ue. Il problema non è il patto di Stabilità ma la scarsa produttività
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Quando scoppiò il Covid, nell’inverno 2020, l’Italia chiese subito solidarietà finanziaria alla Ue. I Paesi «frugali» si opposero e un ministro olandese propose una indagine sui motivi per cui l’Italia non avesse margini di spesa nonostante la crescita economica degli anni precedenti. La paura dei frugali era che il governo di Roma volesse scaricare sugli altri una parte dei costi per gestire la crisi. In poche settimane, fu chiaro tuttavia che la pandemia riguardava tutta la Ue. Per mitigare la recessione fu sospeso il patto di Stabilità e, nel luglio successivo, fu lanciato il Next generation Eu, finanziato da debito comune.
Nel 2024 il Patto è tornato in vigore, facendo riemergere il divario fra Paesi in regola (basso debito e deficit sotto il 3%: Germania, Olanda, i nordici) e Paesi devianti (alto debito e deficit sopra il 3%: prevalentemente il Sud Europa, compresa la Francia, e l’Europa centro-orientale). L’Italia ha ancora oggi il debito pubblico più alto dopo la Grecia ed è sotto procedura di infrazione, dunque obbligata a rispettare il percorso di rientro concordato con la Commissione.
I costi della crisi energetica, il rallentamento dell’economia e gli impegni a investire di più per la difesa rendono adesso difficile rispettare tale percorso. Occorrerebbero tagli di spesa o aumenti d’imposte, politicamente impopolari. Per questo il governo Meloni chiede apertamente la sospensione del Patto. È però l’unico governo a farlo. Sostenuta dai frugali, la Commissione ha chiarito che per ora non intende procedere in questa direzione.
Proviamo a fare gli avvocati del diavolo e chiediamoci: perché siamo di nuovo così in difficoltà? Le conseguenze economiche della guerra stanno investendo tutti i Paesi. Se arrivasse una recessione, scatterebbero le clausole di salvaguardia per la sospensione del Patto. Chiederla adesso è prematuro e rischia di riaccendere i sospetti dei frugali sulla nostra indisciplina.
Nelle previsioni di Giorgetti, il deficit del 2025 sarebbe dovuto scendere al 3%. I conteggi definitivi non ci sono ancora, ma è quasi sicuro che l’obiettivo non sia stato raggiunto, anche se solo per qualche decimale. Una delle cause è la maggiore spesa per gli interessi sul debito. Se restiamo sotto procedura di infrazione, anche il 2026 dovrà essere un anno di rigore, aggravato dai costi della crisi. Inoltre, sarà più difficile accedere ai prestiti agevolati del fondo europeo Safe. Il rafforzamento della difesa (un impegno preso con la Nato) graverà interamente sul bilancio nazionale.
Il governo rischia così di trovarsi fra l’incudine dei vincoli europei e il martello di pressioni di spesa crescenti. La situazione peggiore per un anno pre-elettorale, nel quale i tagli di bilancio, l’aumento delle imposte o il peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie si possono tradurre in perdite elettorali
I nostri partner sono ben consapevoli di questi ragionamenti ed è proprio per questo che si oppongono alla richiesta italiana. Non si tratta di cattiva volontà da parte dell’ «Europa dei burocrati», come dice Salvini. Una sospensione priva di giustificazioni (quelle previste dalla clausola di salvaguardia) avrebbe ripercussioni per tutti i Paesi: potrebbe indebolire l’euro, costringere la Banca centrale a interventi straordinari per stabilizzare i mercati (rialzo dei tassi o acquisti di titoli di Stato), aumentare l’incertezza e il rischio di contagio. Si ridurrebbero anche gli incentivi alla disciplina per un paese che ha il più alto debito (in valore assoluto) nella Ue, minando indirettamente l’affidabilità della moneta unica.
Ma c’è di più. Il debito italiano resta alto perché il nostro paese cresce poco. Con un denominatore più elevato, il rapporto debito/Pil scenderebbe. Come suggerito da un recente documento del Fondo monetario internazionale, «l’Italia ha bisogno di una maggiore produttività e di più persone che lavorano». Che cosa è stato fatto dal governo su questi fronti cruciali? Poco. Negli ultimi tre anni l’indice di produttività (Tfp) è cresciuto la metà di quello spagnolo. Lo stesso dicasi per il tasso di occupazione femminile, che rimane al 58%, il più basso d’Europa. Il Pnrr non ha dato l’impulso sperato. I dati della Commissione segnalano che rispetto alla Spagna (il Paese che ha ricevuto più fondi dopo di noi) le misure del nostro Pnrr hanno avuto (finora) meno impatto su capitale umano, parità di genere, digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione. L’ex ministro olandese (ora Commissario europeo) avrebbe ragione a chiedersi: come è possibile che la crescita italiana sia così modesta, nonostante i 70 miliardi di sovvenzioni e i 122 di prestiti agevolati concessi dalla Ue?
La zavorra del debito, la scarsa produttività e i bassi livelli di occupazione femminile sono una pesante eredità del passato. La gestione e il superamento di questa eredità spetta però ai governi del presente. L’appartenenza all’Unione monetaria facilita il compito e implica di per sé stessa un certo grado di solidarietà tra Paesi. Tirare troppo la corda, guardando alle elezioni, può diventare controproducente e violando il Patto danneggeremmo soprattutto noi stessi. C’è ancora qualche margine da sfruttare prima che scada il Pnrr. È lì che dobbiamo concentrare gli sforzi.
17 aprile 2026
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