Cinema, da non perdere «La donna più ricca del mondo»: lo scandalo Bettencourt al ritmo di una commedia francese
Corriere della Sera - Cultura

Cinema, da non perdere «La donna più ricca del mondo»: lo scandalo Bettencourt al ritmo di una commedia francese

Venerdì 17 aprile 2026
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Isabelle Huppert è Marianne, perfetta nei panni dell'ereditiera spinta a donare parte del suo patrimonio a un fotografo adulatore. Memorabili gli scambi con la figlia ignorata

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Cinema, da non perdere «La donna più ricca del mondo»: lo scandalo Bettencourt al ritmo di una commedia francese

di Sara D'Ascenzo

Isabelle Huppert è Marianne, perfetta nei panni dell'ereditiera spinta a donare parte del suo patrimonio a un fotografo adulatore. Memorabili gli scambi con la figlia ignorata

Raphaël Personnaz e Isabelle Huppert

«La donna più ricca del mondo» di Thierry Klifa

Marianne (Isabelle Huppert) è una donna di successo. Anzi, è «La donna più ricca del mondo». Dal padre amatissimo ha ereditato una fortuna, un impero di cosmetici nella Francia del Dopoguerra con ancora tutte le ferite aperte e l'ha fatto fruttare. Ma quel fiuto per gli affari gli difetta invece nei rapporti personali. E quando incontra il fotografo Pierre-Alain Fantin (lo scoppiettante e scorrettissimo  Laurent Lafitte, ispirato al personaggio di François-Marie Banier) è un attimo venire soggiogata da un uomo - omosessuale dichiarato - che per la prima volta sembra guardarle dentro con l'intento dichiarato di rovesciarle la vita. Huppert è talmente brava da far sembrare tangibile il disprezzo per ogni membro della sua ricca famiglia, soprattutto per la figlia Frédérique (Marina Foïs) destinataria irrigidita di un'indifferenza che fa più male dell'odio. Maneggiando uno degli scandali più imponenti degli ultimi anni in Francia, lo scandalo Bettencourt, che coinvolse la magnate dei cosmetici ma anche Nicolas Sarkozy, Klifa punta tutte le sue carte sugli attori, senza avventurarsi in voli pindarici o trovate tecniche. La messa in scena è solida, all'antica potremmo dire, la fotografia ricalca i prodotti televisivi anni '80, tanto che a tratti e non solo per il tema trattato, sembra di essere davanti alla telenovela ante-litteram «Anche i ricchi piangono». È  questa la forza silenziosa di questo film: trattare uno scandalo che ha impresso ferite a una parte rilevante della Francia come se fosse una commedia francese di quegli stessi anni, col buffone di corte (Lafitte è disgustoso e scorretto al punto giusto), la bella madame in tailleur Chanel che perde le testa e fa cose sconvenienti, ma sempre in tailleur Chanel, il maggiordomo biondo tinto (l'ottimo e fascinoso Raphaël Personnaz) che trama per defenestrare il bruto. Ne esce un film che non cambierà il corso della storia, che non rimarrà negli annali ma che fa quello che dovrebbe fare un film: intrattenere, lasciare che la testa vada da un'altra parte rispetto al nostro quotidiano, con un ritmo ipnotico e una ricostruzione storica delle case dei ricchi-ricchissimi davvero notevole. Per tutti vale la scena di Marianne esterrefatta davanti al distributore di macchinette che si rifiuta di erogare il succo. Ovviamente senza averci messo dentro nemmeno una moneta: «I ricchi - sentenzia il maggiordomo - sono incapaci di vivere una vita normale, anche se ci provano». 
Voto: 7,5. Classico prodotto di buon livello francese, sale di grado per le interpretazioni degli attori, tutti centrati. E una Huppert cattivissima e fredda, come si conviene. 

«Il delitto del terzo piano» di Rémi Bezançon

Colette (Laetitia Casta) e il marito François (Gilles Lellouche) sono una professoressa di Cinema alla Sorbona e uno scrittore di romanzi gialli con ambientazione storica. Vivono a Parigi in una bella casa ma il loro rapporto si è raffreddato: lui dorme sul divano e sul divano sembra passare molto del suo tempo alla ricerca di un'ispirazione che annaspa, nell'arte come nella vita. Quando il vicino del III piano, un attore, li invita a teatro a vedere una nuova versione dell'«Amleto», lei spinge per andare, lui vorrebbe declinare rimanendo abbarbicato al divano. È l'inizio di un'intrusione nella vita del vicino che li porterà a vivere un'avventura ricalcata sul famigerato e bellissimo film «La finestra sul cortile» di Hitchcock. Quello di Bezançon si può probabilmente definire un pastiche in cui, accanto al registro storico - le storie del passato scritte da François prendono vita con lui e la Casta come protagonisti - c'è il nucleo hitchcockiano che ripercorre, a grandi linee, il copione della «Finestra sul cortile», con Casta che gioca a fare Grace Kelly (ma senza James Stewart). Inutile anticipare temi e sviluppi di un giallo che non lo è nemmeno, visto che fin dall'inizio, citando proprio Hitch, lo spettatore ne sa più dei protagonisti. Quel che non funziona, in una commedia decisamente leggera, è la messa in scena molto posticcia, con Casta fuori parte e Lellouche un po' monocorde, imbrigliati in battute debole di un copione debole. 
Voto: 6. Operazione nostalgia nei confronti di un cinema che non c'è più, resta una citazione di Hitchcock lunga un film. Che ha il pregio di far esplodere il desiderio di rivedere al più presto l'originale.

«Il caso 137» di Dominik Moll 

Stéphanie Bertrand (un'ottima Léa Drucker, attrice troppo poco valorizzata e conosciuta) è ispettrice dell’IGPN, l’organismo incaricato di vigilare sul comportamento delle forze dell’ordine francesi, durante la stagione delle proteste dei Gilet Gialli, nel 2018. Si pone, dunque, come occhio critico dei colleghi chiamati a intervenire in situazioni anche di estrema difficoltà e violenza durante quei presidi che presero in ostaggio la città otto anni fa. L'idea di Moll, ispirata a fatti realmente accaduti, è che nessuno si possa mettere al di sopra della legge, nemmeno chi la rappresenta, seppure in condizioni di emergenza o poco sicure. A qualcuno potrebbe venir in mente il caso della Scuola Diaz, durante il G8 di Genova. E probabilmente non siamo distanti. Se non altro per il clima di ostilità, diffidenza, sufficienza e perfino fastidio con cui le indagini di questa donna volitiva provocano nei colleghi e nello stesso ex marito, che ora sta con una sindacalista della Polizia che al primo incontro non si fa specie di mostrare tutto il suo disprezzo per una poliziotta che indaga sui colleghi, «invece che su chi delinque». Quel che Moll fa è dare forma all'indagine sotto l'occhio dello spettatore. Parte con la segnalazione di una madre sconvolta perché durante una manifestazione alla quale lei stessa è intervenuta, a uno dei suoi figli è arrivato un colpo di pistola alla testa sparato dalla pistola scacciacani di un poliziotto. Rigoroso ai limiti della freddezza da obitorio, puro nel suo addentrarsi dentro la banalità del male, il film percorre i gradini dell'orrore con il ritmo di una spy story fino ad infrangersi contro un muro, in un finale che lascia poche speranze, molti dubbi e una discreta dose di frustrazione. 
Voto: 7, 5. Da vedere e far vedere, per la rigorosità con cui ricostruisce fatti non così lontani nel tempo e le cui ferite sanguinano ancora. Con uno stile freddo che non è mai algido, ma analitico.

«Alla festa della Rivoluzione» di Arnaldo Catinari

La Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao Tse-tung. Qui la Rivoluzione è una festa che finisce male. Siamo nella Fiume del 1919: il Vate Gabriele D'Annunzio ha proclamato la nascita di una Repubblica libera a pochi passi dall'Italia. È una sera di festa, ma comincia con un tentativo di attentato: un'anarchica spara al Vate, ma questi si salva. È l'inizio di una trama di spionaggio, amore, vendetta con un ritmo sostenuto da film d'azione e uno sviluppo drammaturgico reso complicato dall'intervento dei russi, gli anarchici, i rivoluzionari e Mussolini. Catinari, una carriera dalla parte della direzione della fotografia, qui con la complicità di Silvio Muccino scrive un film molto stratificato, di cui però si intravvede poco la necessità: è un film d'azione? È un film storico? E il tutto è appesantito da una recitazione televisiva, piatta, e da una colonna sonora poco efficace che contribuiscono a farne un prodotto televisivo più che da sala cinematografica. Girato a Udine come se fosse Fiume, il film pecca soprattutto nella sceneggiatura: troppo concitata, troppo complicata, mai troppo coinvolgente.
Voto: 5,5. È evidente lo sforzo, ma il risultato delude.

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17 aprile 2026 ( modifica il 17 aprile 2026 | 19:29)

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