Libertà democratiche e tendenze autocratiche: l'America sospesa
Un'analisi sull'attuale situazione socio-politica degli Stati Uniti. Dipende tutto da Donald Trump? Il percorso era già partito dalla guerra nel Vietnam
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Libertà democratiche e tendenze autocratiche: l'America sospesa
di Carlo BordoniUn'analisi sull'attuale situazione socio-politica degli Stati Uniti. Dipende tutto da Donald Trump? Il percorso era già partito dalla guerra nel Vietnam
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti (foto Afp / Jim Watson)
Chissà cosa direbbe Alexis de Tocqueville se tornasse oggi dal suo «grand tour» esplorativo negli States. Avrebbe ancora la stessa opinione della democrazia in America? Riconoscerebbe negli States di oggi il paese che garantiva l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità?
Non solo l’America è da tempo il paese dove le disuguaglianze sono maggiori – ricordate lo slogan di Occupy Wall Street, «siamo il 99%»? – ma anche dove la violenza è eletta a politica governativa.
E pensare che il povero Tocqueville, tanto entusiasta da esaltare la democrazia americana in oltre mille pagine nel suo La Democrazia in America (1835-40), era convinto che la guerra fosse un retaggio del passato.
L’America è sempre stata un paese violento (non solo al cinema), ma adesso la violenza è persino istituzionalizzata, è entrata a far parte della politica culturale. Si è fatta etica, ufficializzata, liberalizzata.
Che cosa è successo all’America? Che cosa ha trasformato il paese più avanzato dell’Occidente, difensore delle libertà e faro della democrazia, in un luogo problematico?
Molti puntano il dito contro Donald Trump, presidente inquieto e volubile, dal comportamento di un perfetto populista, pronto a contraddirsi e a sposare idee estreme senza preoccuparsi delle conseguenze. Convinto, soprattutto, che la pace si ottenga attraverso la guerra.
Ma Trump è solo l’ultimo tratto (per il momento) di un lungo percorso verso il decadimento politico e culturale, che è partito dalla guerra nel Vietnam ed è via via aumentato nel tempo.
Il medioevo prossimo venturo dell’America si chiama «anocrazia», termine che indica un governo sospeso tra libertà democratiche e tendenze autocratiche. L’anocrazia è una democrazia in bilico: succede in un regime autocratico che cerca di democratizzarsi, ma anche in un paese democratico che scivola verso un regime dispotico. Tipico di quelle società che, da un passato dittatoriale, si apprestano a sperimentare una svolta democratica; oppure, per converso, delle società che, pur avendo alle spalle una solida storia democratica, scivolano lentamente verso l’autocrazia.
Si può temere che gli States si stiano trasformando proprio in una «anocrazia»? Molti sono i fattori che determinano questo stato di crisi istituzionale e vanno dall’aumento del populismo al collasso del consenso delle élites, dalla percezione dell’insicurezza sociale al clima violento instaurato sia all’interno sia verso l’esterno.
Secondo Peter Turchin, autore di End Times (2024), è una conseguenza dell’alternarsi di fasi integrative e disintegrative. E l’America, trascinandosi dietro buona parte dell’Occidente, sta attraversando una di queste fasi negative, che possono durare anche un secolo.
Ora è chiaro che questa visione di Turchin può sembrare un ritorno ai corsi e ricorsi della storia, che fin dai tempi più lontani hanno affascinato l’umanità: Polibio stabilisce forme cicliche di governo, Platone ne accenna nella Repubblica e, più tardi, Giovan Battista Vico ne fa la cifra del suo pensiero. Persino Nietzsche parla del ritorno dell’identico, ma la versione più vicina a Turchin sembra essere quella antimoderna di Oswald Spengler, l’autore del Tramonto dell’Occidente (1923), che paragona le civiltà al mondo vegetale, soggette a fioritura, maturazione e decadimento. Non a caso Spengler prevede che la costituzione politica definitiva dell’estrema civiltà sia il «cesarismo», cioè l’ascesa di un leader autoritario. Cosa che l’America non ha mai sperimentato prima d’ora.
Attorno a questo determinismo storico non ci sarebbero da spendere altre parole, senonché la variante di Peter Turchin prevede l’utilizzo di sofisticati calcoli statistici secondo le innovative tecniche della «cliodinamica», la scienza della storia su cui sta lavorando da tempo con la sua équipe.
Analizzando i fatti storici a partire dal secondo dopoguerra e le conseguenze economiche e sociali, Turchin perviene a risultati meno fantasiosi di quelli di Spengler e persino convincenti.
Crollo dei salari, la «pompa della ricchezza», cioè la sottrazione delle risorse alla classe media in favore dell’élite privilegiata, la mancanza di solidarietà e l’esaltazione dell’individualismo: sarebbero queste le cause principali del declino. Unitamente all’aumento delle élites emergenti, acculturati e in possesso dei requisiti necessari per ottenere una posizione di potere, per le quali, tuttavia, il numero di posti disponibili non è sufficiente. La competizione tra le élites può portare alla formazione di contro-élites, aumentando così la disintegrazione e l’instabilità sociale.
C’è persino un riferimento all’oggettivismo di Ayn Rand, che sembra godere di molta fortuna: Ayn Rand, scrittrice russo-americana, l’autrice di Noi vivi (1936), sosteneva un rigido egoismo in cui il compito del singolo è il successo personale e la salvaguardia di sé e dei propri interessi.
A questa visione, per capire l’opinione pubblica dell’America trumpiana, vanno aggiunti opportunamente altri sintomi segnalati da autori come Michael J. Sandel sulla meritocrazia (La tirannia del merito, 2020) e Barbara F. Walter sulle ragioni che portano alla guerra civile.
Barbara Walter, autrice di How Civil Wars Start (2023), rivela l’esistenza di una «task force», la Pift (Political Instability Task Force), creata nel 1994 sotto la presidenza di Bill Clinton, ora ospitata dal Center for Systemic Peace, per prevedere con almeno due anni di anticipo in quali paesi è possibile si scateni una guerra civile.
Uno dei fattori predittivi per capire se in una nazione scoppierà una guerra civile è dato dalla tendenza a spostarsi «verso» una democrazia o «da» una democrazia: entrambi i movimenti sono indicativi di un’instabilità politica che potrebbe sfociare nella violenza.
Per stabilire il grado di rischio si va da precisi sintomi premonitori a complessi calcoli algoritmici (gli ormai famosi algoritmi predittivi). Tra gli altri fattori, secondo Walter, bisogna considerare se un paese è fondato su un’identità etnica o religiosa e, infine, quanto incidono la presenza di Internet, l’uso massivo di smartphone e lo sviluppo dei social media.
Gli algoritmi dei social sono dei veri e propri «acceleratori» della violenza, e tendono a mantenere attivo un continuo stato di crisi, assieme alla percezione che le politiche moderate siano fallimentari.
Turchin e la Walter giocano sullo stesso terreno e si completano a vicenda, poiché anche in questo caso si tratta di analizzare i fatti storici per capire quanto stia rischiando un paese in termini di democrazia. Non è solo sociologia, ma una questione di emergenza politica, visto ciò che sta accadendo nel mondo. Ma la cosa più sorprendente è che adesso, tra i paesi a rischio di instabilità, potrebbero esservi proprio gli States.
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17 aprile 2026
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