«Il Vile» trent’anni dopo: i Marlene Kuntz raccontano una forza che non si spegne. Intervista con Cristiano Godano
La rivista Rolling Stone colloca al 68° posto tra i migliori album italiani. I Marlene sono venerdì 16 aprile alla Casa della Musica di Fuorigrotta
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«Il Vile» trent’anni dopo: i Marlene Kuntz raccontano una forza che non si spegne. Intervista con Cristiano Godano
di Carmine AymoneLa rivista Rolling Stone colloca al 68° posto tra i migliori album italiani. I Marlene sono venerdì 16 aprile alla Casa della Musica di Fuorigrotta
A trent’anni dalla pubblicazione dell’album «Il Vile», Cristiano Godano torna sul palco con i Marlene Kuntz per un tour celebrativo che fa tappa domani, venerdì 16 aprile, alla Casa della Musica di Fuorigrotta.
Che cosa rappresenta oggi «Il Vile» che la rivista Rolling Stone colloca al 68° posto tra i migliori album italiani?
«Non è un organismo in trasformazione - dice Godano - lo suoniamo come è nato. La cosa sorprendente è la potenza: dopo tante date posso dire che è rimarchevole. Certo, abbiamo trent’anni in più, ma quella “botta” è ancora lì. È uno dei nostri dischi migliori e ci divertiamo molto a suonarlo. Dell’album è uscita una versione speciale numerata e in edizione limitata, disegnata dall’illustratore Alessandro Baronciani».
Oggi cambierebbe qualcosa del disco?
«È tutto perfettibile, ma quest’album - come per la verità tutti i nostri lavori - è stato curato con una pignoleria estrema. Ogni nota è pensata. Forse solo un brano, ‘E non cessa di girare a testa in mezzo al mare’, è leggermente inferiore, ma parliamo di dettagli minimi».
All’epoca avevate la percezione di stare segnando un passaggio per il rock italiano?
«In parte sì. La stampa ci coccolava con recensioni importanti e questo alimentava una certa consapevolezza. Sapevamo di essere una band rilevante, ma che saremmo stati qui a parlarne trent’anni dopo no, quello lo si poteva solo sperare».
Cosa è cambiato nel sistema musicale?
«Tutto, migliaia di volte. La tecnologia ha migliorato enormemente gli standard e semplificato il lavoro: oggi puoi modificare una canzone in pochi clic, mentre una volta registravamo ogni prova su cassette. Ma gli svantaggi sono enormi: internet ha portato all’idea della musica gratuita. Nel 97% dei casi i musicisti producono senza essere remunerati. Questo ha reso il sistema meno affascinante, meno interessante».
E sul piano artistico, tra profondità, rischio e libertà espressiva?
«Uso spesso la parola intensità, ed è simile. Ci sono giovani che fanno cose interessanti, ma sono cresciuti con questa normalità della gratuità. Noi no. Questo cambia tutto».
Il predominio di trap e rap melodico è un’evoluzione o una semplificazione?
«Non faccio il sociologo. Ogni generazione rimpiange la propria musica. È vero che il rap italiano è spesso annacquato rispetto a quello americano, ma esistono eccezioni. Negli anni Novanta c’erano realtà straordinarie, penso anche ai 99 Posse. Riascoltandole oggi ne colgo ancora di più la grandezza».
Avete partecipato al Neapolis Rock Festival in tre edizioni, storica quella del 1998 sotto le ciminiere spente dell’ex Italsider di Bagnoli. Cosa ricordate di quella sera?
«Ricordo nel backstage un’intervista per MTV, la nostra prima veramente importante. E poi quello scenario industriale, quasi da “Blade Runner”: affascinante da vedere, anche se non certo da vivere per via delle scorie rilasciate negli anni».
Tre dischi che le hanno cambiato la vita?
«Sono tanti, ma direi ‘Desire’ dei Tuxedomoon, ‘Tin Drum’ dei Japan e ‘Miami’ dei The Gun Club».
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15 aprile 2026 ( modifica il 15 aprile 2026 | 21:40)
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