Non è detto che vinca Bardella, tenete d’occhio Philippe
Non è detto che vinca Bardella, tenete d’occhio Philippe
risponde Aldo CazzulloI tuoi preferiti
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Caro Aldo,
lei scrive che Macron «oggi vituperato, domani potrebbe essere rimpianto», che la vittoria di Bardella «rappresenterebbe la fine di qualsiasi speranza europea» e che lo stesso sta con le forze più «retrive» della società. Ritengo che questa angolatura di visione sia tipica di una preclusione, a priori, nei confronti delle forze di destra, in ragione di una supposta superiorità della parte opposta. Gli stessi ragionamenti vennero fatti nei confronti di Meloni che, una volta al governo, ha dimostrato invece buon senso ed equilibrio. E sono convinto che anche Bardella, messo alla prova, potrebbe dimostrare doti oggi impensabili. O sbaglio?
Antonino Mammone
Caro Antonino,
Macron non è di sinistra. E, come ha detto al Corriere non un passante, ma il più importante scrittore francese, Emmanuel Carrère, Macron è la destra repubblicana. Al più è un centrista, un liberale, un europeista. Bardella è un’altra cosa. Forse neppure lui sa esattamente chi è e che cosa vuole, a parte il potere. Il modo in cui le classi dirigenti e l’opinione pubblica moderata si sono consegnate mani e piedi in questi anni alla destra estrema non fa onore alla loro intelligenza e alla loro lungimiranza. Però è possibile che lei abbia ragione, e che io non abbia capito nulla delle sette elezioni francesi che ho seguito. Se lei ha ragione, se Bardella farà avanzare l’Europa e farà l’interesse dei francesi, sarò felicissimo di riconoscerlo. Detto questo, tra Bardella e l’Eliseo c’è un ultimo ostacolo: la maggioranza dei francesi. In questo momento la persona più attrezzata per fermarlo è Édouard Philippe, che è un po’ più a destra di Macron, è stato il suo primo capo del governo, e prima ancora era il portavoce di Alain Juppé, ex premier di Chirac. Tuttavia mi ha colpito che Philippe abbia cominciato la sua campagna elettorale proponendo la riforma delle pensioni. Mi ha fatto tornare in mente l’intervista che feci a Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde, alla vigilia del ballottaggio presidenziale del 2022. Davanti a una birra, dopo la chiusura del giornale e quindi in un momento di relax, Fenoglio fu decisamente critico con Macron, che pure ovviamente appoggiava contro Marine Le Pen: mi disse che la riforma delle pensioni era l’ossessione delle élites francesi e che impostare una campagna elettorale, come aveva fatto Macron, sulla riforma delle pensioni in un momento in cui la Francia dopo il Covid aveva voglia di tornare a vivere e sentire discorsi espansivi, dinamici, ottimisti era un grave errore politico. I colleghi di Le Monde furono colpiti da quell’intervista, perché il loro direttore non aveva mai espresso con simile chiarezza quelle idee. Tuttavia credo che Fenoglio avesse ragione. È chiaro che la riforma delle pensioni va fatta, perché viviamo di più, facciamo meno figli, quindi dobbiamo lavorare più a lungo. Ma non può essere la pietra angolare di una campagna elettorale volta a sconfiggere la destra populista, sovranista, antieuropea.
15 aprile 2026
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