È l'algoritmo non il social che ci rende schiavi
Non ci impone di restare: organizza il contesto perché si faccia fatica ad andarsene. La vera questione, allora, è ridisegnarli
È l'algoritmo non il social che ci rende schiavi
Antonio Preiti | 14 aprile 2026Non ci impone di restare: organizza il contesto perché si faccia fatica ad andarsene. La vera questione, allora, è ridisegnarli
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Non è il social. È il disegno. Non è il mezzo. È l’algoritmo. La differenza, decisiva, l’ha scritta una giuria di Los Angeles, ritenendo Meta e Google responsabili per il modo in cui quelle piattaforme sono state pensate, disegnate e governate: prodotti costruiti per trattenere, riattivare, assorbire e senza adeguati contrappesi sui rischi.
Ed è qui che il discorso si fa adulto. Per troppo tempo si è parlato dei social come una specie di veleno digitale da demonizzare in blocco. Il punto non è questo: è quando l’algoritmo smette di servire l’utente e comincia a studiarne le vulnerabilità; quando premia l’allarme più della calma, l’impulso più della riflessione, la reazione automatica più della scelta. Non ti impone di restare: organizza il contesto perché tu faccia fatica ad andartene.
La vera questione, allora, è ridisegnarli. Un algoritmo non dipendente dovrebbe anzitutto rinunciare alla metrica più tossica di tutte: il tempo catturato. Dovrebbe misurare il valore prodotto, non i minuti sequestrati. Quanti compiti hai completato, non quante volte sei tornato. Quante informazioni utili hai trovato, non quanto a lungo sei rimasto esposto. Dovrebbe poi imparare a finire: niente scroll infinito, niente autoplay senza fine, niente sequenze interminabili di contenuti ad alta intensità emotiva.
E ancora: notifiche raggruppate, non assalti continui; silenzio notturno come default; possibilità reale di spegnere certe logiche del feed; spiegazioni semplici sul perché stai vedendo un contenuto; un tasto chiaro per dire «questo mi stressa», «questo mi assorbe troppo», «di questo non voglio più». Un algoritmo umano è quello che ti lascia libero.
Finché il successo di una piattaforma coinciderà con la nostra difficoltà a chiuderla, il problema resterà intatto. Il tema è il disegno del desiderio che il mezzo incorpora. E oggi, forse, cominciamo a chiamarlo con il suo nome: dipendenza.
14 aprile 2026 ( modifica il 14 aprile 2026 | 20:45)
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